Scandalo NSA: Twitter, Microsoft, Google e Facebook non c’entrano. Ma allora chi ha rubato i nostri dati?

Twitter e Microsoft si uniscono a Google e Facebook nel dichiarare la loro estraneità allo scandalo Prism, ma molte domande restano ancora senza risposta

di Viola Schirru, pubblicato il
Twitter e Microsoft si uniscono a Google e Facebook nel dichiarare la loro estraneità allo scandalo Prism, ma molte domande restano ancora senza risposta
Un popolo di “spiati”. Ecco gli Usa nell’anno 2013

“Big Brother is watching you”: il capolavoro di Orwell non è mai stato così attuale. Non a caso, Amazon sta registrando un numero record di vendite di 1984 proprio a seguito dello scandalo Prism-NSA, quello che ha finalmente portato l’attenzione delle persone sull’importanza di un uso consapevole delle nuove tecnologie e delle rete.

 

Rete spiata: quali sono gli ultimi sviluppi dello spy-scandalo?

E’ di poche ore fa la notizia secondo la quale, unendosi a Google e Facebook, anche Twitter e Microsoft avrebbero dichiarato la loro estraneità ai fatti. La Redmond lo ha fatto tramite un comunicato stampa, mentre la Twitter, com’è nel suo stile, twitta, tramite Alex Macgillivray, la richiesta di una maggior trasparenza da parte della NSA. 

I colossi delle comunicazioni web e mobile coinvolti nel Prism-gate sono nove: Microsoft, Yahoo, Google, Facebook, PalTalk, Aol, Skype, YouTube, Apple, ma tra di essi i quattro citati poc’anzi- compreso Twitter che però non è stato coinvolto nello scandalo- sono attualmente i più bersagliati dai media e dalle richieste degli utenti, i quali vogliono vederci chiaro.

Google, Facebook, Microsoft e Twitter dichiarano dunque di non essere coinvolti nel Prism-program della NSA, e questo risulta comunque piuttosto inquietante: equivarrebbe ad ammettere che i loro server hanno dei bug enormi, tali da permettere a chiunque ne sia in grado di “ciucciare” i dati di milioni di users. Infatti noi utenti non sappiamo proprio quale dei due mali scegliere: è meno grave il fatto che i nostri fornitori di servizi web siano in combutta con i servizi segreti, ai quali consegnano senza ritegno i nostri dati, o che essi ci regalino enormi stanze nei quali archiviare i nostri dati, che però sono spalancate e non certo chiuse a chiave come dovrebbero invece essere?

[fumettoforumleft]Un fatto è evidente: i nostri dati non sono al sicuro. E non lo sono mai stati, in realtà, visto che è stato svelato che questo travaso di informazioni ai servizi segreti avviene perlomeno dal 2005, ma queste sono solo le notizie ufficiali.

Attualmente, però, Microsoft e Twitter, come hanno fatto anche Google e Facebook, chiedono di poter visionare i documenti del Fisa – ossia il Foreign Intelligence Surveillance Act- nei quali si illustrano le modalità con le quali le aziende venivano spiate. Vedremo come evolveranno i fatti.

Risultano comunque piuttosto interessanti le argomentazioni di difesa di Google, il quale, tramite il suo portavoce Larry Page, avrebbe detto di tenere molto alla privacy dei suoi utenti e di rispondere a eventuali richieste di dati ai governi “solo in conformità con la legge”, lasciando la porta aperta a molteplici interpretazioni. Si riferirà, forse, al Patrioct Act , che lo obbliga a consegnare i dati delle persone indagate per terrorismo?

 

Essere spiati o essere minacciati dai terroristi?

Ma, a quanto dichiara il The Guardian, secondo un sondaggio gli americani preferirebbero essere spiati pur di agevolare eventuali indagini per terrorismo. In realtà, viste le nefandezze che si compiono in rete e che si diffondono a macchia d’olio, come la pedopornografia online e i cyber attacchi, i quali potrebbero non solo mandare in tilt la rete, ma anche agire su congegni pericolosissimi, come il famoso caso del virus Stuxnet ci insegna, una regolamentazione sul web potrebbe essere utile.

A tal proposito, occorre ricordare che l’eccitazione globale causata dal presidente Obama, il quale, nel suo precedente mandato, ha minacciato il temibile Internet Kill Switch, lo “spegnimento della rete” –ossia dei server principali come Google e tutti quelli che hanno sede negli USA- , non si è ancora spenta.

Forse, siamo solo dei dati che fanno venire l’acquolina in bocca a servzi segreti, server e chissà chi altro, e questo è molto triste.

Ma per fortuna Orwell ci ha dato un prezioso insegnamento: per preservare ciò che di più intimo e sincero pensiamo, dobbiamo scriverlo su un diario: ovviamente si parla di un diario cartaceo, non di quello di Facebook.

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Argomenti: Internet

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