Quanto vale la nostra privacy?

Ogni giorno produciamo informazioni di ogni tipo che vengono raccolte da tutti quei fornitori di servizi che quotidianamente utilizziamo. Questi dati, però, hanno un valore: quale? Andiamo a vedere cosa si pensa sul valore della nostra privacy.

di Daniele Sforza, pubblicato il
Ogni giorno produciamo informazioni di ogni tipo che vengono raccolte da tutti quei fornitori di servizi che quotidianamente utilizziamo. Questi dati, però, hanno un valore: quale? Andiamo a vedere cosa si pensa sul valore della nostra privacy.

Oggigiorno sicurezza e privacy sono due fattori da analizzare attentamente, soprattutto perché vengono messi in pericolo dalle centinaia di azioni che svolgiamo quotidianamente. Ma quanto vale la nostra privacy in soldoni? Secondo 60 individui trentini che sono stati sottoposti a un test di ricerca condotto dall’Università di Trento, in collaborazione con Telefonica, e coordinato da Jacopo Staiano, la privacy ha un valore molto basso: il prezzo può salire solo in casi di stretta e marcata geolocalizzazione o nei giorni di festa o perfino in giornate con determinate condizioni meteorologiche.   LEGGI ANCHE Le 10 regole del Garante Privacy per la sicurezza online durante le vacanze estive  

La privacy? Roba da 2 euro

A quanto vendereste i vostri dati personali? Intendiamoci: per dati personali non intendiamo quelli anagrafici, bensì quelli che monitorano i vostri comportamenti per un determinato periodo di tempo al fine di comprendere le vostre attitudini, hobby e tendenze. Perché è questo quello che fanno social network come Facebook o servizi come Google Now: effettuano un monitoraggio sull’utente, scoprono cosa cerca, cosa gli interessa, quali sono le sue passioni, in modo tale da rendergli l’esperienza sul web fatta su misura per lui. E c’è anche chi utilizza questo tipo di informazioni personali per inviare messaggi pubblicitari mirati, ovviamente. La ricerca effettuata dalla DISI (l’Università di Trento), in collaborazione, tra gli altri, con Telefonica è stata molto interessante sotto diversi aspetti: per 6 settimane, da fine ottobre a metà dicembre, 60 tra uomini e donne trentini hanno ricevuto uno smartphone, con il quale poter chiamare, inviare messaggi e accedere a internet. Il dispositivo aveva al suo interno un programma in grado di controllare tutte le attività dell’utente e di interagire con lo stesso. Naturalmente, come ben saprete, nel momento in cui chiamiamo, inviamo SMS o navighiamo su internet tramite smartphone, produciamo dei dati. Ecco, la domanda è questa: a quanto vendereste quei dati?  Le persone sottoposte al test sono state chiamate inizialmente ogni settimana, poi ogni giorno, a vendere i propri dati in una specie di aste che utilizzava il meccanismo dell’asta inversa, ovvero il vincitore riceveva la seconda offerta più bassa, meccanismo che ha evitato ai partecipanti di imbrogliare ed essere scorretti. In conclusione il valore medio di questi dati è stato di 2 euro, con un valore superiore per quanto riguarda dati relativi a geolocalizzazione, o a dati raccolti durante le giornate di festa o in quelle caratterizzate da condizioni meteo avverse (e senza alcun dubbio sono questi ultimi due dati i più strani). Questa ricerca, tuttavia, tende soprattutto a evidenziare come forse si è ancora troppo ignari di quanti dati rilasciamo ogni giorno svolgendo attività sul web o tramite dispositivo mobile. Se da un lato si registrano troppi timori (a volte eccessivi) per componenti quali l’e-commerce, dall’altro si è forse troppo sbarazzini nel comportamento adottato durante la nostra attività quotidiana sul web o nel momento in cui scarichiamo un’app e la utilizziamo. La questione però è un’altra: non ci si accorge di quanto valore abbiano quelle informazioni e di quanto possano essere importanti per chi quelle informazioni e quei dati li riceve, visto che influiscono sulle strategie di mercato e sulle prospettive economiche: e non è solo il caso di Google che mira a inviare contenuti pubblicitari su misura dell’utente, ma anche delle agenzie di assicurazione, che attraverso i dati forniti dai dispositivi indossabili finalizzati al controllo della salute, sono meglio in grado di stipulare polizze ad hoc per la determinata persona. Insomma, un domani non servirà più un certificato che attesterà la buona fede, ma sarà sufficiente un semplice software in grado di fornire tutte le informazioni che servono. E secondo voi quanto vale la vostra privacy?   Fonte | ArXiv

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Argomenti: Buzz