Negli USA non si fidano più dei fitness tracker: ecco perché

Negli Stati Uniti si è formata una class action contro gli activity tracker, dopo alcuni studi e ricerche che avrebbero testato la poca precisione di braccialetti come FitBit nella misurazione dei dati.

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Negli Stati Uniti si è formata una class action contro gli activity tracker, dopo alcuni studi e ricerche che avrebbero testato la poca precisione di braccialetti come FitBit nella misurazione dei dati.

Il settore degli activity tracker e delle applicazioni dedicate al fitness registrerà un considerevole aumento nei prossimi anni, visto che si stima che nel 2018 il mercato varrà circa 7 miliardi di dollari. Un settore dunque in continua e costante crescita, ma che potrebbe essere penalizzato – anche se non ci crediamo più di tanto – da una class action nei confronti del leader del mercato FitBit avvenuta negli Stati Uniti, guidata da un gruppo di avvocati che si è avvalso di numerosi studi e ricerche condotte proprio sui braccialetti intelligenti e sulle loro effettive capacità di monitorare i dati e dunque per gli scopi per i quali sono stati pensati, progettati e venduti. Difficile, ripetiamo, che la produttività rosea di un mercato che va a gonfie vele possa essere abbattuta da una class action, ma l’informazione vale la notizia, anche perché su FitBit & co. sono comparse alcune ombre, che ovviamente l’azienda ha prontamente smentito.

 

[tweet_box design=”box_09″ float=”none”]Negli Stati Uniti c’è una piccola guerra contro i #fitnesstracker[/tweet_box]

 

La guerra contro i fitness tracker che stanno tentando di perpetrare contro il settore parte da un presupposto fondamentale: la mancata accuratezza. Un fitness tracker, come ben saprete, rappresenta un braccialetto intelligente che ha diverse finalità di monitoraggio: è in grado infatti di misurare la frequenza del battito cardiaco, ricopre la funzione di contapassi, conta le calorie bruciate durante il giorno, effettua un dettagliato monitoraggio del sonno, testandone la qualità, e molto altro ancora. Sul banco degli imputati, tuttavia, negli USA hanno piazzato la loro affidabilità: attraverso un confronto con sistemi di misurazione più professionale, è risultato che il grado di affidabilità non è poi così convincente quando si compiono attività moderate o, in special modo, sforzi più impegnativi, come se il fitness tracker riuscisse a funzionare alla perfezione solamente nel caso di esercizi meno impegnativi o comunque molto leggeri.

 

La tecnologia PurePulse, dunque, finalizzata a misurare il battito cardiaco, non funzionerebbe come dovrebbe: secondo uno studio effettuato dalla California State Polytechnic University su un campione di 43 sportivi, il leader dei fitness tracker FitBit sarebbe stato colpevole di aver registrato circa 20 battiti in meno rispetto agli strumenti di misurazione più professionali durante uno sforzo più impegnativo da parte degli atleti. Ciò si traduce nell’efficienza effettiva di questi braccialetti nel caso di attività molto moderate, ma al tempo stesso di uno sfasamento della misurazione reale quando gli atleti si impegnano in sforzi fisici più seri.

 

Tuttavia non è solo la tecnologia PurePulse a venire messa in discussione: in un altro studio pubblicato su Medicine & Science in Sports & Exercise, si contesta anche l’effettiva precisione con la quale i fitness tracker misurerebbero le calorie bruciate durante la giornata e i passi effettuati quotidianamente. Naturalmente FitBit non ci sta e ha subito preso serie contromisure, affermando come l’azienda farà resistenza “a ogni tentativo di far leva su tattiche che confondono i consumatori o false affermazioni di evidenze scientifiche“. La battaglia, insomma, è solo all’inizio, ma la nostra impressione è che il vero vincitore alla fine lo potrà decretare solo il mercato.

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