Il sessismo nei videogiochi esiste? Di sviluppatrici, femministe, stereotipi e altre inezie

Uno sguardo rapido al caso Zoe Quinn, un approfondimento sui video della femminista Anita Sarkeesian e qualche considerazione generale sul sessismo nei videogiochi: esiste davvero o si esagera?

di Daniele Sforza, pubblicato il
Uno sguardo rapido al caso Zoe Quinn, un approfondimento sui video della femminista Anita Sarkeesian e qualche considerazione generale sul sessismo nei videogiochi: esiste davvero o si esagera?

Forse il miglior articolo in Italia sul caso Zoe Quinn è questo: quello che ci cimentiamo a descrivere invece non ha nulla a che fare con un caso che sembra montato ad arte, ma lo prende comunque come spunto di riflessione per un’analisi più chiara su una certa situazione. Il sessismo nell’industria videoludica esiste? Le sviluppatrici possono produrre giochi ed essere trattate alla pari dei maschi? Esistono ancora squallidi stereotipi in un settore che per molti è per “maschi vergini” e misogini? E come vengono le trattate le donne nei videogiochi (e cosa ne pensano le femministe?).  

Il caso Zoe Quinn

In una delle storie che ha appassionato e annoiato in egual modo gli esperti del settore rientrano un sacco di ingredienti che starebbero bene in un romanzo rosa con qualche spinta sul dark. Da una parte abbiamo Zoe Quinn, sviluppatrice del videogioco Depression Quest; dall’altra Nathan Grayson, giornalista del settore che avrebbe avuto una relazione con la donna per parlare bene del videogioco in questione; poi c’è l’ex fidanzato della Quinn, tale Eron Gjoni, che avrebbe rivelato la tresca; poi c’è la misoginia di una parte della comunità di 4Chan; di seguito c’è un gruppo femminista denominato The Fine Young Capitalists che difende l’operato femminile nell’industria e propone operazioni anti-sessiste su una piattaforma di crowdfunding; infine c’è Anita Sarkeesian, che ha dedicato un video al sessismo nei videogiochi, prendendo le parti della Quinn.   Allora, alla fin della fiera, Grayson non ha scritto numerosi approfondimenti sul videogioco, anzi: lo ha citato solamente in quegli articoli dove era necessario. La Quinn è stata presa di mira da una comunità di deficienti che ha affermato come le donne non possano comprendere la depressione e che l’industria dei videogiochi è dominata dall’uomo, possibilmente vergine e misogino. La Sarkeesian ha evidenziato un punto decisamente forte ma altrettanto necessario di come nei videogiochi la donna è trattata in un certo modo. Per il resto, di Depression Quest si è parlato prevalentemente per tutto ciò che ruota attorno al caso Zoe Quinn, e qualcuno avrà pensato anche a una discutibile strategia di marketing. Tutto il resto è esagerazione e ricamo su un tessuto troppo slabbrato per tornare bello. In una parola? Fuffa.  

Il sessismo nei videogiochi esiste?

Sì, il sessismo nei videogiochi esiste. Così come esiste in tv: veline, soubrette e provini di ragazze nude che ballano sensualmente ne sono la più fervida testimonianza. Il settore dei videogiochi non è da meno, non è più liberale: ricordate voi di aver mai giocato a un videogame dove la protagonista fosse una donna bruttina, magari grassa e piena di efelidi sulla faccia? Certo che no, ma se per questo nemmeno i protagonisti maschili sono degli scorfani. Prendiamo GTA V, ad esempio: Trevor è sicuramente un personaggio brutto, molto brutto, ma che ci crediate o no anche lui ha il suo fascino. Anche in un pubblico femminile. Non è un caso che abbiamo preso GTA come esempio: da tempo si parla di voler inserire una protagonista femminile nella saga di Rockstar Games, ma per gli ideatori i tempi non sono ancora maturi. Forse un giorno… E quel giorno non vedremo di certo una criminale obesa che fa le puzzette (ma su quest’ultimo punto non ci metteremo la mano sul fuoco).   Ebbene sì, se vi capita di fare questo giochino, vi ricorderete senz’altro che nella maggior parte dei videogiochi a cui avete giocato il personaggio femminile è la principessa da salvare o, se va bene, protagonista passiva. Oggetto del desiderio, controparte, spalla o nemesi volta a simboleggiare l’aggressività sessuale – e in caso di controparte positiva l’amore eterno. Per capire come le dichiarazioni della Sarkeesian e il suo essere profondamente femminista diano fastidio a un certo tipo di utenza, in rete è circolato perfino un gioco chiamato “Beat up Anita Sarkeesian“, dove lo scopo era quello di sfregiare il più possibile il volto della donna. Un gioco malato, molto malato.   Vi lasciamo con uno dei tanti video della Sarkeesian che vi consigliamo vivamente di guardare per approfondire il problema e, se avete tempo, vi suggeriamo di guardare anche gli altri video correlati.   Concludiamo rivolgendovi una domanda: voi cosa ne pensate del sessismo nei videogiochi?    

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Argomenti: Buzz, Videogiochi

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