Un business senza crisi? Quello dei Virus informatici, scambiati a prezzi da capogiro

Il mercato dei virus informatici è sempre più redditizio, anche se il confine tra “legale” e “illegale” in questo settore, è discutibile.

di Viola Schirru, pubblicato il
Il mercato dei virus informatici è sempre più redditizio, anche se il confine tra “legale” e “illegale” in questo settore, è discutibile.

Virus, worm, o software spia, e cavalli di Troia , hanno una origine e una fine che spesso coincidono.

Sono tanti gli informatici, o come va di moda chiamarli i “cracker”-gli hacker cattivi- che si sono reinventati costruttori di virus informatici. Una volta che li hanno progettati e testati in modo a dir poco “ortodossi”, li vendono a prezzi elevatissimi, magari proprio alle stesse aziende sulle quali li hanno testati.

Lo scenario appena dipinto ricorda Matrix o altri simili film di spionaggio informatico“all’americana”- non a caso il più bell’esempio di hacking-story europeo, ossia la trilogia Millennium, ci è stato “rubato” dal cinema statunitense- ma riguarda, a sorpresa, anche la nostra “antiquata” Italia.

L’entità del fenomeno “worm” ha fatto sì che nascessero vere e proprie aziende in grado di progettare virus informatici, i quali “costruttori” agiscono nel rispetto della legalità. Solo che le cose sono molto più complesse di quello che sembrano: vedremo tra poco perché.

A Milano, in pieno centro, si trova la sede di Hacking Team, un’azienda che si occupa di produrre software spia per le aziende. Il suo portavoce Eric Rabe dichiara che il fatturato di Hacking Team nel 2011, i cui clienti sono soprattutto agenzie governative italiane ed europee, è stato pari a 11 milioni di euro.

Le motivazioni che si celano dietro queste cifre da capogiro, sono da ricercarsi nell’accresciuta domanda di “worm” che ha fatto lievitare i prezzi, e, soprattutto, nella loro elevata pericolosità ed efficacia, che spinge numerose aziende ad acquistarle per “offesa” o addirittura per “difesa”, ossia per imparare a costruire mura virtuali atte ad impedire loro di entrare.

 

 

Tra i clienti più importanti e in un certo senso “fedeli” delle aziende produttrici di software spia, c’è la polizia, e, ovviamente, i governi.

I trojan, come la regina di Millenium, Lisbeth Salander, ci insegna, possono infatti essere utilizzati per raccogliere utili informazioni sulla nostra vittima o per sostituire un interrogatorio, essendo, per ovvi motivi, molto più efficaci di esso. Abbiamo anche dei casi di cronaca “nostrana” a dimostrazione di questo, come il famoso virus Querela, utilizzato dal pm Luigi de Magistris per incastrare Luigi Bisignani; l’indagine, era finanziata dal ministero degli interni.

Ma, come dicevamo, i virus possono essere usati anche per prevenire attacchi informatici. Perfino un titano dell’informatica come HP-Hewlett Packard ha investito milioni di dollari per acquistare worm, al fine di testare la sicurezza dei propri sistemi informatici e prepararsi ad affrontare eventuali battaglie. Lo stesso fa Google.

 

Ma qual è il prezzo dei terribili virus informatici?

Anzitutto occorre dire che il costo non è fissato “al pezzo” ma è relativo al potenziale del trojan. Esso va da un prezzo minimo di 40mila dollari, nel caso di un virus in grado di attaccare Windows XP, fino ai 500mila per worm che attaccano Internet Explorer.

Nonostante la sua enorme diffusione e la presenza di aziende che operano nel settore in modo “legale” il business dei software spia si trova in realtà nell’ambiguo limite tra lecito ed illecito. Se “il fine giustifica i mezzi” per quanto concerne l’arresto di un pericoloso criminale, non si può dire lo stesso di azienda private, come quelle dedite allo spionaggio, che utilizzano i trojan per “succhiare” dati ad altre aziende.

Come fa notare l’esperto di informatica e “hacker etico” Fabio Ghioni, il problema dei trojan non è solo “roba da servizi segreti”. Il futuro dei worm sarà quello di infettare smartphone e tablet, i quali possono essere “penetrati” ancor più facilmente dei pc in quanto solitamente privi di antivirus.

Neanche noi “utenti qualsiasi”possiamo dunque dormire sogni tranquilli, anche se i nostri dispositivi non contengono certo segreti di importanza nazionale.

Ma allora chi ci difende dal furto dei dati dei nostri dispositivi mobile? Nessuno, tranne, forse, il buon senso: evitiamo di usare o scaricare ogni app pensando che sia in qualche modo “garantita”: potrebbe non essere così.

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Argomenti: Internet