Investire in assets stranieri, occhio all’incognita dei cambi fissi

Cambi fissi un'incognita per gli investimenti. Dopo il franco svizzero, il mercato non si fida più tanto delle banche centrali.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Cambi fissi un'incognita per gli investimenti. Dopo il franco svizzero, il mercato non si fida più tanto delle banche centrali.

L’Agenzia Monetaria dell’Arabia Saudita (SAMA) ha inviato una circolare alle banche del regno, con la quale ha imposto con effetto immediato il divieto di negoziare sul mercato strumenti finanziari per scommettere sul valore futuro del cambio tra rial e dollaro. La misura è stata decisa dopo che i contratti forward sono cresciuti di 110 punti base a 630 bp, implicando una notevole svalutazione attesa entro un anno della valuta saudita, agganciata al dollaro attraverso un cambio fisso di 3,75 sin dal 1985.

Che cosa è successo? Che l’economia saudita sta patendo gli effetti del tracollo delle quotazioni del petrolio, da cui dipendono i tre quarti delle entrate statali di Riad. Il deficit statale è schizzato nel 2015 al 15% del pil e resterebbe intorno a tali percentuali anche quest’anno. Solo abbandonando l’ultra-trentennale “peg”, il paese riuscirebbe ad incassare una maggiore quantità di rial per ogni dollaro in entrata, mettendo a posto i conti pubblici.

Corona danese, peg non a rischio seriamente

Il cambio fisso è, quindi, considerato a rischio, ma quello saudita non è l’unico caso. Negli ultimi anni si è messa in discussione anche la stabilità del dollaro di Hong Kong, solo che fino a poco tempo fa si ipotizzava che il governo avrebbe dovuto accettare la rivalutazione della divisa locale, mentre adesso si specula su una sua svalutazione.

Il caso dei cambi fissi è esploso agli inizi dello scorso anno, quando la SNB ha abbandonato la difesa del “peg” tra franco svizzero ed euro, che ha portato a una rivalutazione istantanea fino al 30%. A seguire è stata la volta della corona danese per gli attacchi speculativi rialzisti, tornatisi a riaffacciarsi nelle ultime settimane, ora che il mercato cerca rifugio negli assets più solidi contro il rischio Brexit.

 

 

 

Rischi opposti, a seconda del peg

Come avete potuto comprendere dalla descrizione pur sbrigativa della crisi dei cambi fissi, i rischi che si corrono non sono uguali per tutti. Chi avesse investito in assets denominati in corone danesi, ad esempio, e credesse davvero alla fine (improbabile) del “peg”, sorto per contratto bilaterale con la BCE nel 2000, avrebbe buon gioco a puntare sulla valuta scandinava, perché se vincesse la scommessa porterebbe a casa un guadagno automatico.

Opposto è il caso di chi si fosse indebitato in corone danesi, magari per approfittare dei tassi minimi, perché come ha dimostrato il caso del franco svizzero, il rischio è che si rimanga scottati.

Il ragionamento si capovolge per il rial saudita. Acquistare assets denominati nella valuta di Riad comporta oggi il rischio di perdere anche parte consistente del proprio capitale, qualora davvero la banca centrale abbandonasse il cambio fisso, provocando una svalutazione abbastanza seria e repentina. Viceversa, chi si fosse indebitato in rial (caso più scolastico), oggi dovrebbe sperare che il cambio non regga all’onda d’urto del crollo dei prezzi del greggio.

 

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Argomenti: Investimento, News Risparmio, Investimenti