Una montagna di bond in scadenza e il rischio di non trovarne sul mercato

Circa 8.700 miliardi di dollari di obbligazioni in scadenza tra le principali economie quest'anno, sebbene il mercato tema di non riuscirne a trovare abbastanza da comprare.

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Circa 8.700 miliardi di dollari di obbligazioni in scadenza tra le principali economie quest'anno, sebbene il mercato tema di non riuscirne a trovare abbastanza da comprare.

I governi delle prime sette economie mondiali dovranno rinnovare quest’anno titoli del debito pubblico per complessivi 8.700 miliardi di dollari, qualcosa in più degli 8.600 miliardi in scadenza nel 2019, ma circa il +25% rispetto al 2015. Una montagna di bond, che apparentemente farebbe tremare i polsi agli stati emittenti.

Del resto, nell’anno appena trascorso si è registrato un boom del comparto difficilmente ripetibile nelle dimensioni, tanto che titoli per un controvalore record di 17.000 miliardi di dollari a fine estate sono arrivati a rendere negativamente, scendendo ad oggi in area 11.000 miliardi.

Tuttavia, se guardiamo sia alla composizione che alle condizioni economico-finanziarie che stanno dietro ai bond, non sembra che corrano il rischio di un eccesso di offerta. Infatti, 4.870 miliardi sono solamente T-bill e Treasuries, i titoli del Tesoro americano, che oltre ad essere per definizione i più ricercati al mondo per la loro natura “risk free”, in questa fase di rendimenti negativi appaiono molto allettanti, offrendo poco meno del 2% per la scadenza a 10 anni e con un dollaro ancora forte. Il secondo emittente più indaffarato sarà il Giappone con 1.920 miliardi da rinnovare, a cui si sommano interessi per 74 miliardi. L’Italia figura al terzo posto con 361 miliardi (di dollari) e 56 di interessi.

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Possibile carenza di bond

Eppure, tra gli investitori serpeggia il timore di scontrarsi con una carenza di bond pregiati. In effetti, la Federal Reserve ha ripreso gli acquisti netti di Treasuries dall’ultimo trimestre dello scorso anno, mentre la BCE ha iniziato a farlo da novembre. Di per sé, queste azioni sottraggono offerta sul mercato secondario, spingendo gli investitori alle aste. Se il clima economico o geopolitico si deteriorasse, la domanda di assets-rifugio come bond e oro si rafforzerebbe ulteriormente e le stesse banche centrali aumenterebbero gli acquisti, aggravando l’eccesso di ordini.

Il rally estivo di pochi mesi fa fu sostenuto proprio dalla corsa del mercato verso l’obbligazionario sui timori per le tensioni commerciali USA-Cina e il rallentamento globale.

In parte, le nubi si sono diradate da allora, pur incombendo minacciose. E’ evidente che l’anello debole delle grandi economie sopra citate sia l’Italia, i cui rendimenti ormai riflettono un rischio sovrano percepito non dissimile da quello che si ha per la Grecia. Ai nostri BTp serve un clima sufficientemente positivo per godere di una domanda solida, ma non così tanto da spingere il mercato ad allontanarsi dal comparto obbligazionario per preferirgli quello azionario.

I BTp sono titoli dalla natura ambigua tra i “safe assets”, in quanto tendono a fare peggio nelle fasi avverse per l’economia italiana o di tensione geopolitica a Roma, contrariamente a quanto accade di solito per i Bund, che fungono da “benchmark” e si alimentano anche delle stesse cattive notizie per la Germania. Ma non sarà la mole dei bond in scadenza a colpire o favorire gli investimento nella carta italiana. Finché le banche centrali resteranno attive, pochi dubbi sulla solidità complessiva della domanda.

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