Un Coco bond per Monte dei Paschi

La banca senese sta studiando l’emissione di un’obbligazione convertibile per evitare l’intervento dello Stato. Si tratta di bond molto rischiosi, da evitare per il comune investitore. L’esempio recente del Creval

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La banca senese sta studiando l’emissione di un’obbligazione convertibile per evitare l’intervento dello Stato. Si tratta di bond molto rischiosi, da evitare per il comune investitore. L’esempio recente del Creval

Problemi di bilancio? Tranquilli, ci sono i Coco bond. Non si tratta di obbligazioni esotiche o di investimenti in paradisi tropicali lontani dal marasma dei mercati finanziari europei, ma di semplici obbligazioni convertibili in azioni (contingent convertible bond) a discrezione dell’emittente. Sono poco conosciuti in Italia e da poco sul mercato internazionale, ma Monte dei Pashi di Siena adesso potrebbe fare da apripista verso la nuova frontiera, non senza rischi per l’investitore ovviamente. Come riportato da Reuters, una eventuale emissione di titoli ibridi da parte di MPS per coprire parte del buffer da 3,26 miliardi di euro necessario alla banca, servirebbe ad evitare che il Tesoro e la Cdp entrino nel capitale della disastrata MPS per coprire i rischi sui crediti in sofferenza. D’altro canto è la stessa banca ad aver ammesso, tramite il suo Ad Fabrizio Viola, che sta valutando attentamente, insieme agli organi di vigilanza, la possibilità di emettere entro il mese di giugno un Coco bond, in attesa della risoluzione della questione del capitale legata alle richieste dell’Eba (l’ente bancario di vigilanza europea), ma soprattutto del contesto generale dei mercati.

 

Come funzionano i Coco bond

 

Ma di cosa si tratta? I Coco bond sono obbligazioni ibride bancarie, convertibili in azioni, che offrono rendimenti elevati rispetto ai prestiti obbligazionari bancari e possono avere anche una durata molto lunga. Vengono convertiti in azioni solo se il Tier 1 (il coefficiente che indica il livello di patrimonializzazione di una banca) scende sotto una determinata la soglia, che per il 2011 era stabilita dall’Eba al 7%. Quindi, se il quadro patrimoniale peggiora il rischio dell’investimento in Coco bond aumenta perché l’obbligazione tende a trasformarsi in un’azione della stessa banca che ha emesso il titolo, ragion per cui all’investitore viene riconosciuta una cedola inizialmente molto generosa, commisura appunto al rischio di conversione.

Non si perderebbe il capitale investito, ma il diritto a riscuotere la cedola annua (tipico di un titolo obbligazionario) diventando, difatti, soci dell’istituto di credito (attraverso le azioni). Come tale, avrà diritto alla distribuzione eventuale dei dividendi, fatta salva la possibilità di cedere le azioni sul mercato. In altre parole, se la banca va male il Coco Bond si trasforma automaticamente in azioni della banca stessa che, in crisi, viene così ricapitalizzata all’istante mentre il debito rappresentato da questi titoli si azzera. Ma se la banca va male anche il titolo azionario scenderà con il rischio per l’investitore di perdere molto.

 

Un caso pratico: il Credito Valtellinese CV 4.5% 2009-2014

 

Fra i Cocobond maggiormente conosciuti dagli operatori, hanno fatto sicuramente notizia quelli emessi lo scorso anno dalle principali

Azioni Creval dopo la conversione del bond

banche svizzere. Il Credit Suisse aveva infatti piazzato con successo presso investitori internazionali bond convertibili del valore di 6,2 mld di franchi svizzeri con cedole del 9 e 9,5%, in grado di coprire circa la metà dei requisiti di capitalizzazione richiesti dalla normativa elvetica. Mentre UBS aveva a favore di investitori privati e istituzionali in Asia e in Europa obbligazioni per due miliardi di dollari a 10 anni e tasso del 7,25% per assorbire le perdite. In Italia, invece, uno strumento più o meno simile è stato utilizzato dal Credito Valtellinese che all’inizio di Maggio ha convertito anticipatamente, come previsto dal regolamento, interamente la restante parte del prestito obbligazionario 4,5% CV 2009-2014 per 378 milioni di euro assegnando agli obbligazionisti nuove azioni della banca (prezzo 1,02), oltre a un conguaglio in denaro. Non si tratta proprio di un Coco bond, ma molto ci assomiglia, poiché l’emittente aveva la facoltà di riscattare anticipatamente l’obbligazione convertendola in azioni Creval.

Ma se, da un lato l’operazione ha permesso all’emittente di rafforzare di mezzo punto percentuale il patrimonio della banca, dall’altro il titolo azionario è stato travolto dalle vendite dopo la conversione. Il mercato, infatti, ha percepito la scelta come un’emergenza finanziaria che le condizioni congiunturali hanno imposto all’istituto guidato da Miro Fiordi per rientrare nei requisiti di patrimonializzazione imposti dall’Eba. Con buona pace di chi aveva sottoscritto le obbligazioni CV che si trova adesso, suo malgrado, socio dello sportello tanto amato (ma in difficoltà), privo delle cedole che il bond rilasciava, ma pieno di speranze (e di azioni) che la banca riprenda vigore.

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