Turchia, lira e bond giù sul licenziamento del governatore da parte di Erdogan

Lira turca e obbligazioni di stato giù dopo che il presidente Erdogan ha licenziato il governatore della banca centrale, nominando il suo vice. L'indipendenza della politica monetaria è seriamente minacciata.

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Lira turca e obbligazioni di stato giù dopo che il presidente Erdogan ha licenziato il governatore della banca centrale, nominando il suo vice. L'indipendenza della politica monetaria è seriamente minacciata.

Quando parliamo di Turchia, nessuna previsione è possibile anche a pochi giorni. I titoli di stato avevano corso nelle ultime settimane e la lira turca aveva parzialmente recuperato le perdite di quest’anno, ma nel fine settimana scorso, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha ancora una volta scompigliato lo scenario, licenziando il governatore della banca centrale Murat Cetinkaya con 10 mesi di anticipo rispetto alla scadenza del mandato e nominando al suo posto il vice, Murat Uysal.

Il capo dello stato si è limitato ad osservare che “ovviamente la banca centrale è indipendente, ma non può prendere questa indipendenza e ignorare i segnali inviati dal presidente”.

Tradotto: la banca centrale dovrà tagliare i tassi subito e in misura cospicua. L’istituto è da anni nel mirino di Erdogan, che accusa i governatori che si sono succeduti nel frattempo (prima di Cetinkaya, Erdem Basci) di tenere i tassi troppo alti, alimentando l’inflazione. Già, per il presidente turco sono i tassi alti a stimolare la crescita dei prezzi, deprimendo gli investimenti e strozzando l’offerta. Una teoria non convenzionale, che cela malamente il vero obiettivo del suo governo, cioè di elargire prestiti facili alle imprese, specie del comparto costruzioni, così da avere un tasso di crescita quanto più elevato possibile, a tutto favore dei consensi per l’Akp.

Turchia, bond e lira ai livelli di marzo e taglio dei tassi vicino con l’inflazione in calo

Il possibile nuovo boomerang di Erdogan

Dopo la sconfitta alle comunali di Istanbul, al governo hanno deciso di passare dalle minacce ai fatti. Probabile che Cetinkaya avrebbe ugualmente tagliato i tassi al board di luglio, grazie al rallentamento dell’inflazione a giugno al 15,7% dal 18,7% di maggio. I tassi sono fissati dal settembre scorso al 24%. Tuttavia, con questa mossa Erdogan segnala apertamente di pretendere un taglio deciso del costo del denaro, superiore a quello che l’ormai ex governatore avrebbe probabilmente concesso.

Paradossalmente, proprio questo siluro compromette l’avvio dell’allentamento monetario, perché se i mercati dovessero percepire il taglio dei tassi come un atto di subordinazione della banca centrale verso la sfera politica, la fuga dei capitali tornerà in auge e il rischio di una nuova tempesta finanziaria, come nell’estate 2018, diverrà concreto.

A questo punto, i bond governativi potrebbero avere finito la corsa, con i rendimenti decennali già oggi ad apprezzarsi di poco, salendo al 15,72%. Pesante l’indebolimento della lira turca, che mentre scriviamo arretra del 2,35% contro il dollaro, attestandosi a un cambio di 5,7560. Giovedì scorso, aveva toccato un minimo di 5,5953.

La spavalderia politica al presidente Erdogan rischia di costare cara. Già lo scorso anno, ha dovuto subire una dura stretta monetaria come risposta alla crisi finanziaria, a sua volta provocata proprio dalla sfiducia dei mercati verso le sue azioni e dichiarazioni non ortodosse. Con un disavanzo commerciale e corrente cronici, ciò che servirebbe alla Turchia per riprendersi dalla recessione sarebbe proprio un rafforzamento della lira per abbassare l’inflazione e consentire alla banca centrale di tagliare i tassi. Qui, si va nella direzione opposta e anche lo scontro con gli USA sull’acquisto di missili S-400 dalla Russia, al netto del licenziamento del governatore, rappresentavano già motivo di sincera preoccupazione per la tenuta del cambio e delle obbligazioni sovrane.

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