Treasury in rally, taglio dei tassi USA più vicino: reazione dei mercati ai dazi USA-Cina

Treasury in rally sulle tensioni commerciali tra USA e Cina. Per il mercato si avvicina il taglio dei tassi americani, ma se non fosse così?

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Treasury in rally sulle tensioni commerciali tra USA e Cina. Per il mercato si avvicina il taglio dei tassi americani, ma se non fosse così?

Stanno letteralmente precipitando i rendimenti del Treasury. Il decennale è sceso ieri al 2,40%, ai minimi dal marzo scorso, mentre il biennale si è portato al 2,18%, il livello più basso da 15 mesi. Stamattina, il primo è risalito al 2,42% e il secondo al 2,20%, in calo rispettivamente di 17-18 e 21 punti base in un solo mese. Aspetto importante: il T-bill a 3 mesi ieri è tornato ieri a rendere più del bond a 10 anni, un fatto che si era verificato già a marzo e che gli analisti vedono negativamente, in quanto preluderebbe a una recessione dell’economia americana solitamente dopo una media di 10 mesi.

E’ la reazione dei mercati alla “guerra” dei dazi in corso tra USA e Cina. Dal venerdì scorso, Washington ha innalzato le tariffe doganali dal 10% al 25% su prodotti cinesi acquistati dagli americani per un controvalore annuo di 200 miliardi di dollari. E Pechino ha appena risposto con ritorsioni ai danni di prodotti americani per 60 miliardi.

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Se entro questo mese non si arrivasse a un accordo tra le due potenze, da giugno scatterebbero nuovi dazi al 25% su 325 miliardi di prodotti cinesi ad oggi esenti da tariffe. Il presidente Donald Trump si mostra ottimista sul raggiungimento dell’intesa e di fatto l’inasprimento del confronto di questi giorni potrebbe essere solamente tattico, anche se comporta il rischio che l’escalation si concretizzi.

Ad ogni modo, il rally del Treasury appare evidente sulla corsa dei mercati a ripararsi nei titoli sicuri contro le tensioni internazionali. Peraltro, le aspettative d’inflazione negli USA si starebbero “raffreddando”, secondo il “breakeven” a 5 anni tra il Treasury a cedola fissa e quello con cedola legata all’inflazione, sceso all’1,75%, quando subito dopo Pasqua si attestava all’1,87%. E proprio intravedendo rischi per l’economia americana e un calo dell’inflazione, gli investitori si attenderebbero adesso un taglio dei tassi da qui al gennaio prossimo con probabilità nettamente superiori a solo qualche settimana fa: 75,6%.

E se l’inflazione salisse?

Tuttavia, le cose potrebbero andare in una direzione diversa rispetto alle previsioni.

Goldman Sachs ha avvertito che la guerra dei dazi avrebbe già innalzato i prezzi dei beni colpiti dalle misure dei due governi, tra cui pezzi di autoricambio, mobili, biancheria da letto e rivestimenti per pavimenti. In un certo senso, sembra logico: le imprese importatrici dovranno trasferire sui prezzi i maggiori dazi, alimentando l’inflazione. Se fosse vero, il calo dei rendimenti si rivelerebbe una scommessa sbagliata, perché la Fed non taglierebbe i tassi, anzi semmai dovrebbe alzarli.

In realtà, probabile che stiano prevalendo i timori sulla tenuta dell’economia mondiale nel suo complesso, già gravata da altre ombre negli ultimi tempi, tra cui il rallentamento della Cina, la Brexit e la frenata dell’Eurozona. E se il pil USA tirasse il freno a mano bruscamente, nessuna nuova stretta monetaria sarebbe nei paraggi l’anno prossimo e il governatore Jerome Powell si troverebbe costretto a cedere alle pressioni della Casa Bianca. Inoltre, il mercato starebbe da un lato riparandosi nei titoli del debito americano per evitare il peggio, dall’altro rimarrebbe cautamente ottimista sul raggiungimento di un accordo USA-Cina. Va detto, infine, che lo spread 10/2 anni si è allargato sopra i 20 punti base, un segnale di maggiore ottimismo sulle prospettive economiche a breve, visto che la curva tende a invertirsi in questo tratto prima di una recessione della superpotenza mondiale.

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