Tre rischi principali per le obbligazioni dopo il Coronavirus

Il mercato dei bond è trafficatissimo di emissioni corporate e sovrane in questi mesi, ma i rendimenti restano bassissimi, grazie alle banche centrali. Ecco perché dopo il Covid-19 potrebbero esservi condizioni sfavorevoli.

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Il mercato dei bond è trafficatissimo di emissioni corporate e sovrane in questi mesi, ma i rendimenti restano bassissimi, grazie alle banche centrali. Ecco perché dopo il Covid-19 potrebbero esservi condizioni sfavorevoli.

Stati, banche e società da settimane corrono ad emettere sempre più debiti sui mercati finanziari, raccogliendo capitali record e a costi minimi. Persino i rendimenti “junk” americani, per quanto tornati ai massimi da 16 mesi, offrono ormai circa 470 punti base in meno rispetto al picco toccato a marzo, quando mediamente sono arrivati all’11,38%. L’Italia sta riuscendo a rifinanziarsi a rendimenti certamente tra i più alti del mondo avanzato insieme alla Grecia, ma in assoluto ancora bassi, se si considera che il BTp 2067 ieri offriva circa il 2,50%. Questi numeri non dovrebbero indurci a un ottimismo di maniera, perché la realtà dopo l’emergenza Coronavirus rischia di essere peggiore di quanto pensiamo per il mercato obbligazionario.

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Da questa crisi sanitaria ed economica il mondo ne uscirà più indebitato. Stati, imprese e banche, oltre che le stesse famiglie, risulteranno tutti oberati da un peso dei debiti maggiore. Questo dovrebbe spingere nel tempo i governi a perseguire politiche fiscali prudenti, le imprese a tagliare investimenti e spese e le banche a centellinare i prestiti, mentre le famiglie avranno a che fare con bilanci più stretti per far quadrare i conti. Nel complesso, queste azioni dovrebbero rallentare il tasso di crescita post-Covid, altro che ripresa a “V”. E, comunque, anche una volta superata la crisi, potrebbero acuire i problemi di crescita già evidenziatisi nell’ultimo decennio in Europa e Nord America.

In generale, questo quadro spinge a ritenere che i casi di default corporate saliranno e anche tra gli stessi stati si registrerebbe un aumento delle ristrutturazioni sovrane, un fatto che mal si concilia con i rendimenti bassissimi delle emissioni di questa fase.

In pratica, il mercato non starebbe del tutto scontando i rischi.

Inflazione e tipologia di business

Proprio per contenerli, le banche centrali resteranno in campo a presidiare i bilanci pubblici e privati procrastinando le politiche monetarie ultra-espansive, un modo sottinteso per monetizzare i debiti negli anni. Questo porterebbe, però, a una lievitazione dei tassi d’inflazione, che a loro volta impatterebbero negativamente sui prezzi dei bond nei tratti a più lungo termine. Ad oggi, nessuno tra gli analisti immagina un’inflazione a doppia cifra o qualcosa di simile, ma se anche dovessimo dirigerci nel medio-lungo periodo verso una crescita dei prezzi superiore ai target degli istituti, gli scostamenti rispetto ai tassi scontati nei prezzi attuali sarebbero enormi.

Infine, un fattore ancora poco studiato riguarda il mutamento in corso delle preferenze dei consumatori. Dai “lockdown” sono emersi sconvolgimenti dall’impatto potenziale a lungo termine sui business dei vari settori. Ad esempio, sono esplose le vendite online, accentuando un trend in atto ormai da anni, mentre ha dovuto dichiarare bancarotta Hertz, colosso delle auto a noleggio. Questi esempi ci fanno capire come alcune attività, che fino a 3-4 mesi fa ci apparivano molto solide, siano probabilmente destinate a un declino duraturo – vedasi il comparto immobiliare commerciale – mentre altri stanno accelerando la corsa verso il successo. Non a caso, nelle scorse settimane Amazon ha potuto emettere bond a 3 anni a un rendimento di appena lo 0,40%, record minimo per il mercato corporate USA. Per contro, a marzo sono implosi i prezzi dei bond dei comparti automotive e aereo, pur in forte recupero da allora. In portafoglio, ora più che mai dobbiamo stare attenti a inserire gli emittenti giusti.

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