Tornare a investire in bond emergenti, forse non è ancora arrivata l’ora

Il debito sui mercati emergenti ha registrato un buon rally nelle ultime settimane e l'indebolimento del dollaro lo renderebbe ancora più appetibile. Ma i fondamentali restano deboli.

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Il debito sui mercati emergenti ha registrato un buon rally nelle ultime settimane e l'indebolimento del dollaro lo renderebbe ancora più appetibile. Ma i fondamentali restano deboli.

Il dollaro si è indebolito ai minimi da tre mesi e rispetto all’apice toccato nella terza settimana di marzo segna -7% contro le altre principali valute. Un buon segnale per i mercati emergenti, sia perché il dollaro forte comprime i prezzi delle loro materie prime, sia anche perché esso capta l’avversione al rischio degli investitori mondiali e, infine, tende a colpire le valutazioni dei loro bond e azioni, essendo società e governi molto esposti alla valuta americana e generalmente a tutte le valute pesanti. Il MSCI EM Currency Index è salito anch’esso ai massimi da tre mesi, guadagnando il 2,5% da metà maggio. Si direbbe che sia arrivato il momento di tornare ad investire negli emergenti.

Mercati emergenti, ecco come scegliere tra i bond sulla base dei rendimenti offerti

Non siamo avventati, però. Dalla Turchia all’India, dal Sudafrica al Cile, i rendimenti sovrani stanno arretrando un po’ ovunque, perlopiù a seguito dell’allentamento delle politiche monetarie sia degli specifici paesi, sia delle principali banche centrali, con la conseguenza che i tassi globali sono collassati e il mercato si è messo alla ricerca di “yield”, spostandosi anche sugli assets maggiormente rischiosi.

Tuttavia, i fondamentali restano deboli. I mercati emergenti stanno subendo un duro colpo dalla recessione globale, essendo in gran parte esportatori di materie prime o, comunque, beneficiando del commercio mondiale. Non a caso, i bond emergenti sembrano abbastanza correlati all’andamento dei prezzi delle “commodities”. In effetti, quando questi si sgonfiano, i ricavi delle società e le entrate fiscali diminuiscono, alzando la percezione del rischio dei rispettivi debiti. Viceversa, quando i prezzi delle prime salgono.

Rischioso anche il debito in valute forti

Escludendo la Cina, il 70% del debito emergente è denominato in valuta locale, il 30% in valute pesanti (dollaro, euro, etc.

). Esso risulta quasi perfettamente suddiviso tra sovrano (48%) e corporate (52%) e complessivamente ammonta a 26.000 miliardi, circa il 22% del totale emesso nel mondo, percentuale del tutto analoga al peso che qui hanno le azioni rispetto a quelle globali (24%). Ora, a causa della crisi mondiale, i conti pubblici di molti di questi paesi si sono già deteriorati, con i saldi primari a peggiorare. Lo stesso dicasi per molte società, che stanno accusando il crollo del fatturato.

Perché i mercati emergenti temono meno una nuova tempesta finanziaria turca

Si consideri, ad esempio, che investire in obbligazioni emergenti denominati in dollari o altre valute forti non preserva di per sé dai rischi. Lo abbiamo spiegato più volte: il rischio di cambio si abbassa considerevolmente o finanche si azzera, ma se nel frattempo la valuta emergente perde troppo terreno o le riserve valutarie della banca centrale si assottigliano a livelli di allarme, il peso dei debiti in valute forti cresce eccessivamente e nel breve può divenire insostenibile, provocando default.

In conseguenza di tutto questo ragionamento, possiamo affermare che i mercati emergenti siano certamente un po’ più appetibili con il ritorno graduale alla normalità in tutte le economie avanzate, ma non dimentichiamoci che nel frattempo hanno anche vissuto un rally obbligazionario, che in un certo senso ha già reso i loro debiti meno “cheap” e a dispetto dei fondamentali. E fino a quando non si toccherà con mano la ripresa economica in Nord America, Europa e Giappone, i prezzi delle materie prime resteranno sotto stress, minando alla solidità degli assets in paesi come Cile (vedi rame), Messico, Nigeria e Golfo Persico (petrolio).

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