Titoli di stato spagnoli: torna la fiducia

Timidi segnali di distensione sul mercato dei bond giungono da Madrid che ha collocato “letras” con rendimenti in netto calo e forte richiesta. Si allarga lo spread coi Btp italiani

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Timidi segnali di distensione sul mercato dei bond giungono da Madrid che ha collocato “letras” con rendimenti in netto calo e forte richiesta. Si allarga lo spread coi Btp italiani

Crollo dei rendimenti delle letras. I titoli di stato spagnoli a breve termine, l’equivalente dei nostri Bot, messi in asta dal Tesoro questa mattina hanno mostrato i muscoli dopo mesi di tensione e nonostante il perdurare delle difficoltà economiche e finanziarie del paese. In asta sono andati infatti titoli a tre e sei mesi che hanno offerto rendimenti medi nettamente inferiori ai precedenti collocamenti pubblici: le letras a 3 mesi sono state offerte con un rendimento dell’1,735% (dal 5,11% dell’asta precedente), mentre i rendimenti dei titoli a 6 mesi sono scivolati al 2,435% (dal 5,227% dell’ultima emissione). Ottima anche la domanda che ha sfiorato il triplo dell’ammontare inizialmente offerto di 4,5 miliardi di euro al punto che le autorità madrilene hanno alzato l’asticella fino a 5,64 miliardi di euro per non scontentare troppi operatori. Si tratta di un importante e forte segnale di distensione sul mercato dei titoli di stato – commenta Edorado Salinari di Banco Santander – che lascia ben sperare per un allentamento delle tensioni anche sui bonos spagnoli a dieci anni di prossima collocazione, i cui rendimenti si sono ridotti notevolmente con lo spread bonos/bund sul decennale sceso sotto i 320 punti base. Che questo segnale sia di buon auspicio anche per gli altri paesi della zona euro? (Asta Bond Spagna positiva: si riduce spread Btp Bund)

 

 

Il debito spagnolo è più gestibile di quello italiano

 

 

Il bono 3,8% 2017 rende il 4,5%

Difficile trovare una risposta confortante al momento – commenta un analista di Unicredit – anche perché la Spagna, a differenza dell’Italia, ha un rapporto debito/pil che nella peggiore delle ipotesi non andrà oltre il 75% nel 2012.

Il crollo dei rendimenti è dovuto soprattutto alle misure di austerità decise ieri dal vincitore delle ultime elezioni politiche, il conservatore Mariano Rajoy, che oggi sarà nominato primo ministro dal Parlamento. Il governo spagnolo ha infatti annunciato una manovra da 50 miliardi per il periodo 2010-2013 e l’innalzamento dell’età pensionabile da 65 a 67 a partire dal 2013 che porterà al rapporto deficit/pil al 3% entro il 2013. Ma quello che più ha entusiasmato i mercati – prosegue l’analista – è il cambio del vento della politica, non tanto la misura economica draconiana inferta al paese. Sembrano, inoltre, più gestibili i conti della penisola iberica rispetto a quelli della penisola italica il cui fardello debitorio è al 120% del pil. Soprattutto in considerazione del decremento del pil dell’1,65% per il 2012 (stime Istat) che non aiuta certo a smaltire il carico sulle casse dello Stato se non con interventi decisivi sulla spesa pubblica di cui finora si è parlato tanto e fatto poco. Difatti lo spread fra il Btp decennale italiano e quello tedesco rimane alto, intorno ai 460 punti base, nonostante la Bce continui a intervenire sul mercato, mentre il differenziale di rendimento fra i titoli spagnoli e quelli italiani ha raggiunto i 170 punti base a sfavore dell’Italia. E il quadro si fa preoccupante – conclude l’analista – perché entro Aprile dovranno essere rifinanziati titoli di stato per oltre 160 miliardi di euro, a cominciare da dopo Natale si terranno le ultime aste del 2011 di Bot e Ctz (28 Dicembre), nonché quelle dei Btp decennali (29 Dicembre).

 

 

La Gran Bretagna non vuole aiutare l’Europa e rischia l’isolamento totale

 

 

Intanto la Gran Bretagna, la “perfida Albione”, come la definiva Mussolini già un secolo fa, si è defilata dal partecipare agli aiuti ai paesi dell’eurozona attraverso il fondo monetario internazionale. L’ultimo vertice europeo aveva infatti deciso un finanziamento extra di 200 miliardi di euro per il FMI che ora sono diventati 150 dopo il “no” di Londra, cosa che ha mandato su tutte le furie i grossi industriali britannici che rischiano di vedersi tagliati fuori dal mercato europeo rischiando l’isolamento commerciale.

Una decisone – osserva George Witteman di Barclay – che lascia trasparire come dietro alle ripetute negazioni del premier James Cameron alle decisioni politiche dell’eurozona (a cominciare dalla tobin tax sulle transazioni finanziarie) si possa annidare la speculazione finanziaria che ha travolto l’euro dalla scorsa primavera. Forse è il mondo anglosassone che ha più di tutti problemi da risolvere – prosegue Witteman – e a maggior ragione dovrebbe temere più la Gran Bretagna per un declassamento da parte delle agenzie di rating del merito creditizio che la Francia o la Germania. 50 miliardi di euro in meno (30 miliardi la quota di competenza di Londra) rispetto alla cifra iniziale sono una bella fetta che non potrà che far venir meno una quota di aiuti ai paesi della zona euro più in difficoltà, come Portogallo, Irlanda e Grecia. Un segnale che si è già fatto sentire ad Atene che in mattinata ha collocato sul mercato titoli di stato a 3 mesi per 1,3 miliardi di euro al tasso del 4,68%, in lieve rialzo dal 4,63% registrato nella precedente asta analoga del 15 novembre.

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