Telecom lancerà bond ibridi per evitare l’aumento di capitale

I soci Telco non rinunciano ai dividendi e indebitano la compagnia. In rampa di lancio un’emissione subordinata a sessant’anni e cedola dell’8-9%. Le agenzie di rating bocciano l’operazione

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I soci Telco non rinunciano ai dividendi e indebitano la compagnia. In rampa di lancio un’emissione subordinata a sessant’anni  e cedola dell’8-9%. Le agenzie di rating bocciano l’operazione

A Telecom Italia servono almeno 3 miliardi di euro per fare investimenti nella banda larga. Non è mistero – secondo gli analisti che hanno passato al setaccio ogni piega del bilancio 2012 – che il monopolista italiano dell’ultimo miglio sia in difficoltà finanziarie a causa del periodo congiunturale, ma soprattutto per colpa di gestioni manageriali a sfondo politico dissennate che negli anni hanno depauperato e impantanato la compagnia telefonica italiana. Per capire come si è arrivati a tanto, bisogna però fare un passo indietro.

 

Da Colaninno al salotto buono, bruciati 47 miliardi di capitalizzazione Telecom

 

Correva il 1998 quando Colaninno & C. lanciarono un’opa da 100mila miliardi di vecchie lire per rilevare il controllo di Telecom Italia col placet dell’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Colaninno e la sua cordata di sparvieri non avevano i soldi per comprare la società, ma ci riuscirono ugualmente scaricando un pesantissimo debito sulle spalle degli azionisti di minoranza, dei dipendenti e dei clienti di Telecom Italia. In pratica – come ha osservato Marco Travaglio – la sinistra che avrebbe dovuto essere la più ostile a operazioni in cui la dimensione finanziaria prevale sulle esigenze industriali, di sviluppo e di occupazione, favorì un’operazione in cui ad arricchirsi furono le banche e qualche politico del momento senza alcun vantaggio per il paese. Emblematico è lo yacht Ikarus da 18 metri di d’Alema acquistato in quegli anni per una cifra che sfiorava il milione di euro. Una passione per la nautica, quella dell’ex premier, condivisa anche da altri avidi capitani coraggiosi, Tronchetti Provera e Benetton, che non disdegnarono possedere (senza soldi) una compagnia telefonica di interesse nazionale. Telecom Italia è stata così saccheggiata (cessione immobili, esternalizzazione servizi, licenziamenti, ecc,) e spremuta  con succosi dividendi a scapito degli investimenti e dello sviluppo tecnologico al punto che in 15 anni il valore delle azioni è crollato dell’80% con una perdita di capitalizzazione di 47 miliardi di euro.

Soldi che ora sono venuti a mancare e che i nuovi soci di Telco (Generali, Mediobanca e Telefonica) non vogliono tirar fuori preferendo indebitare nuovamente la compagnia, giacché il debito è sceso di un paio di miliardi in un anno per effetto di altri tagli e riduzione dei costi.

 

Telecom Italia agli ultimi posti in Europa per la banda larga

 

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Ma adesso, a furia di staccare dividendi e fare cessioni, la vacca non è più grassa come un tempo e la crisi ha messo a nudo i problemi di Telecom Italia dopo il saccheggio operato dal centro-sinistra in 15 anni di silenziosa attività con la compiacenza di media e giornalisti al servizio della politica. E i problemi di Telecom, oggi, sono purtroppo problemi di tutti, anche di chi non è azionista, dipendente o cliente, e si percepiscono dai  ritardi dell’Italia sulla banda larga. Secondo le statistiche, siamo agli ultimi posti in Europa e al 47esimo posto al mondo per penetrazione di internet sul territorio. E si vede: in Corea e Giappone viaggiano tutti a banda ultralarga, mentre nel belpaese si copre solo il 10% del territorio. Un gap che se colmato varrebbe il 3% del Pil, ma che implicherebbe una spesa compresa fra i 15 e i 20 miliardi di euro per il Ministero dello Sviluppo Economico. Meno di quanti ne ha persi Telecom Italia in capitalizzazione da quando la politica l’ha regalata ai capitani coraggiosi, tanti quanti costerebbe la Tav Torino-Lione che non serve a nulla, tanti quanti ci costano le pensioni d’oro e i vitalizi dei parlamentari in un anno!

 

Bond ibrido Telecom Italia scadenza lunga: per gli analisti è molto rischioso

 

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Ma torniamo all’emissione del bond ibrido. La crisi morde e Telecom Italia dovrebbe ricapitalizzare. I soci Telco non vogliono metterci altri soldi dopo aver pagato la società 2,85 euro per azione, e non intendono nemmeno rinunciare ai dividendi quando questi andrebbero destinati a rafforzare il patrimonio in momenti difficili.

Così, per sostenere la causa e in attesa di vendere La7, si sono inventati l’emissione di obbligazioni ibride che in momenti incerti come questi è la cosa peggiore che si possa fare. Le agenzie di rating non si sono fatte sorprendere. Moody’s ha già declassato il debito a Baa3 con implicazioni negative, mentre S&P ha messo sotto osservazione il giudizio di BBB con lo stesso out look e con la spiacevole conseguenza che sotto tale soglia non tutti gli investitori istituzionali potrebbero mantenere i titoli obbligazionari in portafoglio.  La discesa repentina di 5 punti sul bond Telecom Italia Finance 7.75% 2033 da oltre 1 miliardo, fedele indicatore dello stato di salute del debito della compagnia, la dice tutta: il rendimento è tornato sopra il 6,50%, soglia che per gli analisti è ritenuta cruciale. Del resto, il bond ibrido dovrebbe avere – secondo anticipazioni diffuse dalla Reuters – una cedola compresa fra l’8 e il 9%, oltre a una durata di 60 anni con opzione call dopo 5 o 10 anni, per poter essere assorbito dal mercato. Il rating assegnato da S&P sarà BB+, quindi un gradino sotto il livello investment grade. L’operazione, ancora in fase di studio e che potrebbe essere fatta su più tranches – osserva Paolo Bruseghini di Credit Suisse – non piace in partenza poiché si capisce che si va a indebitare a tassi superiori alla media una società che in questo momento ha bisogno di ridurre il debito, non di aumentarlo. In realtà lo scopo del lancio della nuova obbligazione serve a garantire il flusso dei dividendi ai soci senza compromettere il controllo della società e per sostenere il costo del debito di Telecom Italia, ma non per fare quegli investimenti nella rete in fibra ottica di cui c’è assolutamente bisogno in Italia. La decisione di percorrere la strada dell’emissione ibrida – prosegue Bruseghini – viene solitamente scelta da emittenti finanziari (raramente da società corporate) come alternativa, per diversi aspetti più conveniente, di un aumento di capitale. Con un bond ibrido infatti – come ha osservato anche lo stesso presidente del gruppo Franco Bernabè la scorsa settimana – non viene diluita la posizione degli azionisti, come avverrebbe con un aumento di capitale.
Come dire, prima si fanno gli interessi dei soci e poi quelli del paese.

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