Tassi fermi in Turchia e i rendimenti dei bond sembrano avere raggiunto il picco

La banca centrale ha lasciato invariato il costo del denaro per il secondo mese consecutivo, ma ha adottato un tono "hawkish" nel suo comunicato post-board

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La Turchia lascia i tassi fermi

Dalla banca centrale della Turchia non è arrivata alcuna sorpresa dopo il board mensile di oggi. I tassi d’interesse sono stati lasciati fermi al 17% per il secondo mese consecutivo. Tuttavia, il comunicato spiega che non ci sarà alcun allentamento monetario fino a quando gli indicatori non segnalino un calo permanente dell’inflazione. Una nuova stretta, si legge, potrà esservi nel caso in cui si rendesse necessaria.

A gennaio, l’inflazione è salita ulteriormente a ridosso del 15%. Da quando il governatore Naci Agbal si è insediato a capo dell’istituto a inizio novembre scorso, il costo del denaro è stato aumentato di 675 punti base. Egli si attende di poter centrare il target d’inflazione al 5% tra tre anni. Al momento, la Turchia esibisce i tassi più alti tra i mercati emergenti principali.

La reazione della lira turca è stata positiva. Alla notizia dei tassi fermi, guadagnava un terzo di punto percentuale contro il dollaro, scendendo a un rapporto di 9,94, ai minimi dal luglio scorso. Rispetto all’apice toccato nel novembre scorso a 8,58, si rafforza del 19%. E questo miglioramento dovrebbe iniziare a influenzare positivamente il tasso d’inflazione, riducendo il costo dei beni importati. Seguendo l’andamento del mercato sovrano anatolico, si evincerebbe che i rendimenti dei bond avrebbero toccato il picco. In effetti, la scadenza a 2 anni è scesa sotto il 14,99% e quella a 10 anni al 13,08%. Il mantenimento dei tassi ai livelli attuali per gran parte dell’anno in corso non consente da un lato ai rendimenti a breve di scendere, dall’altro dovrebbe gradualmente portare a una discesa di quelli a lungo sulla previsione di un rallentamento dell’inflazione.

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Verso un nuovo Eurobond a 30 anni?

Il fattore credibilità resta essenziale per la banca centrale. Dopo anni di politiche erratiche e quasi eterodirette dal potere politico, Agbal deve recuperare la reputazione perduta dall’istituto con una stretta monetaria durevole, almeno fino a quando l’inflazione non sarà scesa a livelli rassicuranti e tali da ricostituire qualche margine per un taglio dei tassi.

Secondo gli analisti, ciò non dovrebbe accadere prima del terzo trimestre. Sarà importante osservare il dato sull’inflazione a febbraio, perché esso ci consentirà di comprendere meglio se il picco sia stato raggiunto e già da questo mese sia iniziata la discesa o se prima servirà qualche altro aumento dei tassi.

Se il rally della lira dovesse proseguire, magari in direzione di 6,50 contro il dollaro, gli analisti non escludono che il Tesoro di Ankara possa emettere presto un Eurobond a 30 anni sui mercati internazionali. Approfitterebbe dei bassi tassi e al contempo allungherebbe la durata del suo debito. Al momento, il titolo in dollari con scadenza 30 maggio 2040 e cedola 6,75% (ISIN: US900123BG46) offre un rendimento in area 6,30% dopo avere guadagnato quasi il 17% da inizio anno. A fine 2020, rendeva oltre l’8,20%, quasi 200 punti base in meno. Considerato anche la contestuale risalita dei rendimenti americani sulla medesima scadenza, lo spread con il Treasury di pari durata è crollato da 677 a 437 punti base in poco più di sei settimane, cioè la distanza con i titoli a stelle e strisce si è ristretta di ben 240 punti base o 2,4%. Si consideri che lo stesso bond, al debutto sui mercati nel 2010 come trentennale, esibiva uno spread con il Treasury di 230 punti base.

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