Tassi fermi anche stavolta in Turchia, cosa succede ai bond?

Rendimenti obbligazionari in rialzo dopo la decisione della banca centrale di tenere invariato il costo del denaro per la terza volta di fila.

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Rendimenti obbligazionari in rialzo dopo la decisione della banca centrale di tenere invariato il costo del denaro per la terza volta di fila.

La banca centrale turca ha lasciato i tassi d’interesse invariati per la terza volta di fila all’8,25%. Nel comunicato post-board, l’istituto ha giustificato la mossa sostenendo che “la graduale normalizzazione delle specifiche misure finanziarie di contrasto alla pandemia e i passi recenti restrittivi adottati nella gestione della liquidità crediamo sostengano la stabilità macro-finanziaria”. Consensus centrato in piena, nonostante la stragrande maggioranza degli analisti creda che il costo del denaro in Turchia debba essere aumentato per rispondere con efficacia all’alta inflazione. Pur in calo, a luglio è stata dell’11,76%, praticamente 3 punti percentuali e mezzo sopra il tasso d’interesse, il quale si mostra così essere tra i più negativi al mondo in termini reali.

Il collasso dei bond in Turchia ha basi sempre più solide, ora è attesa sui tassi

Dopo l’annuncio, la lira turca perdeva lo 0,80-0,90% contro il dollaro, salendo a un tasso di cambio di 7,35%. Quest’anno, perde così il 19%. Male anche i bond, con la scadenza a 2 anni ad essere salita a un rendimento del 13,375% e quella a 10 anni al 14,06%. Livelli, che confermano le aspettative negative del mercato su inflazione e tassi. In effetti, i rendimenti a breve termine, che captano meglio le mosse della politica monetaria, segnalano attese rialziste per il costo del denaro, così come quelli a lungo rialziste per l’inflazione.

Il mancato rialzo dei tassi era stato scontato dai mercati, sebbene preoccupi il fatto che la banca centrale sia costretta ad ignorare i dato macro per non indispettire la politica. Il presidente Recep Tayyip Erdogan sostiene, contrariamente alla teoria economica, che il rialzo dei tassi acceleri l’inflazione, restringendo gli investimenti e l’offerta di beni e servizi.

Al di là delle convinzioni non convenzionali, il capo dello stato teme che una stretta monetaria sacrifichi ulteriormente la crescita economica, alimentando il malcontento.

Rischio sovrano per la Turchia

Nulla di nuovo sotto il sole di Ankara, dunque. Semmai, stiamo avendo conferma che la politica monetaria sia disfunzionale e tale resterà fino a quando l’inflazione non dovesse rientrare autonomamente sotto i livelli dei tassi d’interesse, anche se non si capisce quale driver dovrebbe ridurne la crescita. In teoria, il miglioramento delle condizioni macro internazionali giocherebbe a favore dell’inflazione, sostenendo le quotazioni delle materie prime, petrolio per primo. Questo implica anche il rischio per il governatore Murat Uysal di perdere definitivamente il controllo della stabilità dei prezzi e del cambio.

Investire sull’obbligazionario turco in questa fase appare, quindi, un esercizio di fede più che di ottimismo. Nemmeno i rischi associati ai bond in valuta straniera andrebbero sottovalutati, date le riserve valutarie calanti e nette negative della Turchia. L’unica alternativa praticabile, controlli sui capitali a parte, per la banca centrale sarebbe di cessare qualsiasi sostegno alla lira, di fatto lasciandola deprezzare sui mercati, ma così aumentando nel breve termine il rischio di credito del settore privato e dello stesso stato, dato che le relative esposizioni estere diverrebbero più costose (in lire) e meno sostenibili.

Ma anche se la banca centrale facesse la cosa giusta, cioè di alzare i tassi, il rischio sovrano non scemerebbe. L’impatto sulla crescita del pil sarebbe negativa e ciò renderebbe il debito più pesante, pur a fronte di un rapporto di appena il 33% a fine 2019. Infatti, i cds a 5 anni si acquistano a 563 punti base, implicando un rischio default al 9,38% entro il prossimo quinquennio, tra i più alti al mondo.

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