Tassi Fed, perché da stasera Powell rischia di mandare i mercati in collera come nel 2013

Occhi puntati sulla Federal Reserve, riunita da ieri per decidere sui tassi USA. Il rischio che i mercati vadano in collera esiste dopo le parole di ieri di Mario Draghi della BCE.

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Occhi puntati sulla Federal Reserve, riunita da ieri per decidere sui tassi USA. Il rischio che i mercati vadano in collera esiste dopo le parole di ieri di Mario Draghi della BCE.

Si chiama “taper tantrum”, letteralmente “collera da freno” e si riferisce a un fenomeno che negli USA si verificò nel 2013, allorquando l’allora governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, annunciò che entro la fine dell’anno avrebbe avviato il ritiro graduale (“tapering”, appunto) degli stimoli monetari, che consistevano nell’acquisto di Treasuries e “mortgage backed securities” al ritmo di 80 miliardi di dollari al mese. La reazione dei mercati fu furente, con il decennale americano ad essere raddoppiato al 3% in pochi mesi. Cosa c’entra con oggi? Contrariamente ad allora, l’attuale governatore Jerome Powell ha segnalato di tenersi pronto a tagliare i tassi, cosa che ha sostenuto i prezzi dei bond americani, facendo crollare i rendimenti sovrani a 10 anni dal 3,25% di novembre al 2,10% odierno.

Paradossalmente, però, stasera la Fed potrebbe finire per indisporre i mercati come 6 anni abbondanti fa, seppure non per colpa sua. Ieri, Mario Draghi ha tirato un brutto scherzo al collega di Atlanta, proprio poco prima che questi si riunisse con tutto il board per decidere il da farsi sui tassi. Ha annunciato da Sintra, Portogallo, dov’è in corso un simposio delle banche centrali, che se l’inflazione nell’Eurozona continuerà ad allontanarsi dal target, la BCE taglierà ulteriormente i tassi e riattiverà il “quantitative easing”.

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Tralasciando la dura reazione del presidente Donald Trump, il dato saliente è un altro: automaticamente, se stasera la Fed non annunciasse passi nuovi per la politica monetaria, questa diverrebbe in America relativamente più restrittiva. In sostanza, Draghi avrebbe neutralizzato con poche parole gli effetti espansivi delle mosse attese della Fed.

Il fatto è che con ogni probabilità, il taglio dei tassi oggi non ci sarà, essendo poco atteso dai mercati (al 20% contro quasi l’83% a luglio) e sappiamo quanto le banche centrali evitino di sorprendere del tutto i mercati, accelerando o frenando troppo bruscamente rispetto alle dichiarazioni ufficiali precedenti.

Una nuova collera sui mercati?

Senza alcuna novità, il rischio di un nuovo “taper tantrum” esiste e per sventarlo Powell dovrà inventarsi qualcosa di diverso da un taglio dei tassi a sorpresa. Una strada possibile sarebbe di segnalare ufficiosamente che il costo del denaro verrà abbassato presto, rivedendo le previsioni trimestrali note come “dot plots”, una bizzarria americana che consiste nella pubblicazione delle stime sui tassi nel breve, medio e lungo termine dei funzionari dello stesso istituto. In pratica, la Fed comunica al mercato ciò che essa stessa prevede accada ai tagli nei mesi successivi, nei fatti segnalando come intende muoversi. A marzo, i tassi di lungo periodo sono scesi al 2,8%, che si confronta con l’attuale tasso medio praticato al 2,4%, per cui i rialzi da 0,25% ciascuno sono stati diminuiti da 4 a 2.

A questo punto, nel comunicato ufficiale potrebbero essere azzerati gli aumenti attesi, implicando un deciso cambio di rotta della politica monetaria a stelle e strisce. Non solo: Powell ha già ufficializzato nei mesi scorsi la decisione di interrompere il “quantitative tightening” (QT) dopo il settembre prossimo. In sintesi, gli assets acquistati con il QE fino alla fine del 2014 non verranno più ridotti a bilancio e si calcola che ciò equivarrà ad acquisti netti di Treasuries nell’ultimo trimestre dell’anno per complessivi 45 miliardi. Se la fine del QT, giudicato una “idiozia” da Trump, fosse anticipata, magari alla fine di questo stesso mese, il mercato reagirebbe acquistando titoli di stato USA, in previsione di una loro minore offerta sul mercato secondario.

Il taglio dei tassi atteso della Fed fa collassare i rendimenti “junk”

Powell dovrà fare l’equilibrista tra la necessità di mostrarsi indipendente dal potere politico e di non apparire succube dei desiderata della Casa Bianca da un lato, nonché il dovere di evitare tensioni finanziarie con una comunicazione inefficace o indisponente dall’altro.

Il tutto, all’interno di un quadro macroeconomico di difficile lettura, perché se è vero che l’America stia risentendo da qualche mese negativamente dell’indebolimento della congiuntura internazionale e che l’inflazione continui a sostare sotto il target, d’altra parte è in piena occupazione e continua a crescere a ritmi moderati.

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