Tassi Fed, mercati finanziari in attesa di novità stasera: ecco perché non sarebbero scontate

Sui tassi americani il mercato non si aspetta più alcun rialzo per quest'anno e stasera la Federal Reserve lancerebbe nuovi segnali "dovish". Tuttavia, esistono ragioni per restare prudenti.

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Sui tassi americani il mercato non si aspetta più alcun rialzo per quest'anno e stasera la Federal Reserve lancerebbe nuovi segnali

Seconda riunione di quest’anno del Federal Open Market Committee (FOMC), il braccio operativo della Federal Reserve, chiamato ad esprimersi sui tassi negli USA. I mercati finanziari sono in attesa di novità, dopo che il governatore Jerome Powell ha annunciato a gennaio che l’istituto può permettersi di restare “paziente” sulla stretta monetaria, allontanando lo spettro di nuovi rialzi da qui ai prossimi mesi.

A dicembre, i “dot-plots” pubblicati dai suoi funzionari avevano segnalato già una riduzione dei rialzi attesi per quest’anno da 3 a 2, ma le borse avevano reagito ugualmente indispettite sulla considerazione che la congiuntura globale sarebbe tutt’altro che capace di assorbire un ulteriore aumento del costo del denaro, fissato al range 2,25-2,50%.

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Soltanto all’inizio dello scorso autunno, Powell aveva sostenuto che i tassi USA fossero “ben lontani dal loro saggio naturale”, scatenando la dura reazione dei mercati, costretto nelle settimane successive a indietreggiare anche su pressione della Casa Bianca, con il presidente Donald Trump ad avere definito “impazzita” la Fed. A novembre, il Treasury a 10 anni rendeva il 3,25%, oggi il 2,60%. Questo sarebbe il segno più evidente che le aspettative tra gli operatori siano diventate ben più “dovish” negli ultimi mesi. E il “watch tool” di CME Group, il principale trader di derivati, adesso non solo non segnala alcun aumento atteso dei tassi per quest’anno, ma anzi stima  un buon 35% le probabilità di un taglio al gennaio prossimo.

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Ma siamo sicuri che la stretta americana sia davvero finita? Esistono diversi elementi che ci inviterebbero alla prudenza, per quanto si siano moltiplicati i segnali che spingono a ipotizzare che saremmo, se non al culmine, vicino all’apice toccato dai tassi. Per prima cosa, è vero che l’inflazione USA sia scesa a febbraio all’1,5%, ai minimi da 2 anni e mezzo, nettamente sotto il target del 2% della Fed, ma le aspettative d’inflazione si starebbero surriscaldando. A indicarlo è il “breakeven” quinquennale tra i Treasury a cedola fissa e quelli con cedola legata alle variazioni dei prezzi: era sceso sotto l’1,50% a inizio anno, ma adesso è risalito all’1,88%, ai massimi dal novembre scorso.

In ottobre, si attestava sopra il 2% e nel maggio scorso aveva toccato l’apice del 2,16%, per cui possiamo affermare che nemmeno la risalita degli ultimi due mesi sarebbe sufficiente a farci prevedere aspettative d’inflazione ancorate all’obiettivo dell’istituto. Ad ogni modo, non può sfuggire che da inizio anno siano aumentate della media annua dello 0,40%.

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Cosa potrebbe averle trainate? Rispetto ai minimi toccati a fine 2018, le quotazioni del petrolio sono risalite del 40%, pur restando nettamente inferiori ai livelli massimi toccati a inizio ottobre scorso. Ed è vero che l’economia americana starebbe rallentando, con il pil ad essere cresciuto, secondo la prima lettura, del 2,6% su base annua contro il 3,5% del terzo trimestre e il 4,2% del secondo, ma resta tonica. A febbraio, le posizioni lavorative aperte risultavano essere 7,6 milioni, a fronte di 6,2 milioni di disoccupati, questi ultimi pari al 3,8%, ai minimi da quasi mezzo secolo. Di fatto, esistono più posti di lavoro disponibili che persone in cerca di occupazione in America, un fatto che sta spingendo i salari, cresciuti del 3,4% annuo a febbraio, ai massimi da 10 anni. E proprio la vivacità salariale viene monitorata dalla Fed per capire come si evolverà l’inflazione nei mesi successivi.

Infine, c’è il bilancio dell’istituto, che nell’ultimo anno è sceso da 4.300 a 3.900 miliardi. Come promesso, la Fed non sta più rinnovando gli acquisti di assets come Treasuries e “mortgage-backed securities” alla scadenza, puntando a ridurli a 3.500 miliardi, un valore comunque molto più alto degli 800-900 miliardi di fine 2008. Il mercato si attende, però, che questo dimagrimento finisca già nella seconda parte dell’anno e che Powell stasera dica qualcosa di concreto al riguardo. Del resto, proprio il taglio al ritmo mensile di 50 miliardi ha contribuito nei mesi passati a scatenare le vendite a Wall Street, i cui indici azionari quest’anno guadagnano già l’11% sulle attese di un allentamento della politica monetaria.

Dunque, la Fed potrebbe ragionare così: avanti con almeno un nuovo rialzo dei tassi, accompagnandolo con una riduzione o completa soppressione del taglio degli assets a bilancio. Probabile, ad esempio, che l’istituto segnali di volersi fermare a metà strada tra i 3.900 miliardi attuali e i 3.500 miliardi annunciati, così da mostrarsi più morbida.

I possibili segnali “politici”

Sin qui, ragionamenti prettamente economici. Un’altra considerazione arriverebbe più che altro sul piano politico: Powell, che nelle scorse settimane ha spiegato ai giornalisti di non poter essere licenziato da Trump, potrebbe inviare un messaggio ai mercati di custodia dell’indipendenza dalla Casa Bianca, non chiudendo a una decima e probabilmente ultima stretta dal 2015, presupponendo che l’economia americana sia in grado di sostenerla e confidando nella reazione positiva dei mercati a quello che verrebbe venduto come un atto di fiducia verso la robustezza del ciclo espansivo. Se fino a pochi mesi fa ci si attendeva una recessione molto probabile entro la fine dell’anno prossimo, adesso l’appuntamento con la contrazione del pil USA sarebbe rinviato al 2021. E per allora, la Fed vorrà trovarsi massimamente preparata, disponendo di quanti più strumenti possibili, tra tassi sufficientemente elevati e nuovi assets da acquistare.

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Non stiamo prevedendo che stasera Powell si mostri “falco”, quanto sottolineare che staremmo dando per scontato che la stretta presso la prima economia mondiale sia finita su considerazioni che spesso esulano dalle sue attuali condizioni, tutt’altro che critiche. Per contro, poiché la Fed cerca di indirizzare per tempo le aspettative dei mercati, guardando a quanto abbia comunicato negli ultimi 4 mesi, riteniamo improbabile che sorprenda con toni “hawkish”, anche perché rischierebbe di essere percepita come erratica e di disancorare le previsioni su tassi e inflazione di famiglie, imprese e investitori.

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