Tassa sulle cedole obbligazionarie al 20%

Fra quattro mesi aumenterà la tassazione degli interessi (rendite), ma la legge potrebbe essere incostituzionale. Ecco come cambieranno le abitudini dei risparmiatori.

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Fra quattro mesi aumenterà la tassazione degli interessi (rendite), ma la legge potrebbe essere incostituzionale. Ecco come cambieranno le abitudini dei risparmiatori.

Dal primo gennaio 2012, a meno di modifiche dell’ultima ora al decreto legge n.138/2011 in discussione al Senato, entrerà in vigore il nuovo regime di tassazione delle rendite finanziarie, la cui aliquota passerà dal 12,50% al 20% ad esclusione dei titoli di stato italiani ed esteri (oltre alla previdenza complementare e ai piani di risparmio a lungo termine) per i quali il prelievo resterà del 12,50%.

Cosa significa questo? Significa che gli interessi corrisposti dagli emittenti sulle obbligazioni bancarie e corporate (cedole) e dalle società sugli utili (dividendi), verranno tassati di un quinto. Molti piccoli risparmiatori e investitori abituati ad arrotondare lo stipendio o la pensione con le cedole non si sono ancora resi conto che agli interessi dei loro sacrosanti risparmi verrà assoggettato un prelievo alla fonte maggiorato del 7,5% rispetto all’attuale regime impositivo e sicuramente inizieranno a protestare con l’impiegato dell’ufficio titoli della banca locale tirandolo per la cravatta solo al momento della resa dei conti. A quel punto la banca potrebbe consigliare al sig. Rossi di acquistare titoli di stato italiani o di mettere la liquidità su un conto deposito la cui tassazione degli interessi scenderà dal 27% al 20%, per non parlare di altre forme di investimento più ingarbugliate e meno redditizie. DECRETO INCOSTITUZIONALE Ora, a prescindere dal fatto che per combattere l’evasione fiscale, in questo senso, occorrerebbe che le tasse sugli interessi da risparmio fossero portate a zero in tutti gli stati dell’Unione Europea e non innalzate, con la conseguenza che lo Stato italiano dovrà mettere in campo maggiori risorse e spendere più soldi per combattere l’elusione fiscale causata dall’incremento dell’esportazione di capitali in paesi dove le tasse sono più basse o nulle, c’è anche da considerare il profilo costituzionale del decreto. L’art. 47, primo comma della Costituzione, infatti, dice chiaramente che la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme. Ora al cittadino comune appare evidente (ma questo sarà un aspetto che dovrà essere analizzato e approfondito da giuristi e avvocati) che creare una diversificazione di tassazione fra titoli di debito simili crea disparità di trattamento, non solo per i risparmiatori, ma anche per gli emittenti diversi dallo Stato. I primi saranno infatti costretti a dirottare i propri investimenti verso titoli meno remunerativi per pagare meno tasse e quindi saranno meno liberi di scegliere gli strumenti finanziari a tutela dei propri risparmi. Col risultato che non è affatto scontato che poi i risparmiatori prediligeranno i Bot o i Btp perché il decreto di agosto fa riferimento anche a titoli di altri stati, quelli compresi nella white list e che in alcuni casi offrono rendimenti più alti di quelli italiani (come il Portogallo, ad esempio) o maggiore sicurezza (Germania e Francia). I secondi, invece, saranno costretti a offrire rendimenti più elevati per compensare la perdita dovuta all’incremento della tassazione e restare competitivi sul mercato col risultato di un incremento implicito del rischio, un aumento dei costi di rifinanziamento e del rischio di subire un abbassamento del rating da parte delle agenzie. In entrambi i casi, quindi, è del tutto evidente che si verranno a creare delle differenze di trattamento che non incoraggeranno di certo il risparmio, come dice la Costituzione, ma lo condizioneranno fino a scoraggiare la scelta dei risparmiatori verso quei titoli di debito sui quali peserà una tassazione maggiore. Tale manovra, quindi, se non verrà corretta, comporterà un progressivo cambiamento delle abitudini dei risparmiatori vanificando le stime di quell’entrata da 4,87 miliardi di euro per il triennio 2012-2014 preventivata dal Tesoro. PENALIZZATE LE BANCHE In questi giorni, infatti, il servizio Bilancio del Senato ha espresso obiezioni all’innalzamento dell’aliquota sulle rendite al 20% poiché la stima è stata fatta sui numeri attuali e non tiene conto delle modifiche alla composizione del portafoglio dei risparmiatori che potrebbe portare a una significativa riduzione delle entrate.
Se per assurdo dal 1 gennaio 2012 tutti investissero in titoli di stato, posto che gli interessi sui conti e sui depositi scenderanno di sette punti percentuali, l’erario andrebbe addirittura a rimetterci.
Giacché è oltremodo improbabile, dati i recenti crolli del mercato, che dalla tassazione dei guadagni di borsa o capital gain (anch’essi tassati al 20%) si otterranno degli introiti significativi. Ma non è solo la commissione bilancio a sollevare perplessità. Ci sono anche le banche e l’ABI che, dalle colonne de “Il Sole 24 Ore” hanno già manifestato il loro disappunto sia in ordine all’aspetto della convenienza e del danno indiretto che deriverebbe da un cambiamento delle abitudini degli investitori, sia in relazione al calcolo delle imposte sulle plusvalenze realizzate sui Titoli di Stato e su quelle degli altri titoli soggetti a maggiore tassazione. Ciò comporterà – osservano gli esperti – confusione e richieste di chiarimenti da parte della clientela con inevitabile aggravio dei carichi di lavoro per le banche, già impegnate a spiegare ai risparmiatori come funziona il superbollo sui depositi titoli nel bel mezzo di una crisi finanziaria che non incoraggia a investire. Senza considerare il fatto che i grossi capitali appena rientrati in Italia grazie alla sanatoria 2009 (scudo fiscale) potrebbero riprendere la via della Svizzera o dei paradisi fiscali, se non l’hanno ancora fatto, peggiorando ulteriormente il quadro complessivo delle banche italiane alle prese con più che evidenti problemi di liquidità in questo disgraziato periodo congiunturale. Dalle banche greche, ad esempio, sono già spariti più di 21 miliardi di euro, il 10% dell’intero patrimonio bancario, per paura che lo Stato, impossibilitato ad onorare i propri debiti, possa mettere le mani sui conti e sui depositi dei risparmiatori dalla sera alla mattina. Come avvenne nel ’92 in Italia. Sarebbe quindi auspicabile – come sostengono in molti – che, nell’interesse generale, tale tassazione delle rendite fosse rinviata al fine di evitare la fuga dei grossi capitali all’estero e la conseguente patrimoniale del governo, una volta constatato che la riforma non avrà minimamente prodotto i risultati attesi.  Ma anche allo scopo di non appesantire oltre ogni limite tollerabile la pressione fiscale che già si prevede in aumento al 44% nel 2013 ponendo l’Italia al terzo posto nella classifica mondiale dei paesi più tartassati.

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