Il taglio dei tassi in Turchia fa paura, bond ai minimi da due anni e inflazione alle stelle

I mercati temono che la Turchia proceda ad allentare la politica monetaria frettolosamente e le parole del governatore confermano il rischio

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Il taglio dei tassi in Turchia preoccupa

La lira turca ha perso il 10% nei primi 4 mesi dell’anno e la crisi del cambio sembra inarrestabile, specie dopo la prima intervista rilasciata dal nuovo governatore della banca centrale, Sahap Kavcioglu. Pur avendo escluso un imminente taglio dei tassi, ha al contempo confermato la contrarietà a una ulteriore stretta monetaria. “A chi piace il rialzo dei tassi?”, ha affermato.

L’istituto ha nel frattempo aggiornato le stime sull’inflazione per fine anno, portandole dal precedente 9,4% al 12,2%. Previsioni persino ottimistiche per gli analisti. Secondo un sondaggio Reuters, scenderebbe solamente al 14%. E in aprile, dovrebbe essere salita al 17%, ma per Goldman Sachs si sarebbe attestata al 18%. A marzo, su base annua era cresciuta al 16,19%.

Il governatore ha confermato che i tassi d’interesse saranno mantenuti sopra l’inflazione. Tuttavia, il mercato sa che la sua nomina – uno shock dopo appena 4 mesi dall’insediamento del graditissimo Naci Agbal – punti al taglio dei tassi quanto prima sotto la doppia cifra. La credibilità della banca centrale, sotto scacco dal potere politico, è andata a farsi benedire e recuperarla non sarà facile.

Taglio dei tassi e tensioni geopolitiche

Non è solo il cambio a cedere. I bond turchi a 10 anni rendevano venerdì scorso il 18,64%, ai massimi da due anni. Avevano esordito in area 12,50% quest’anno. Il boom è trainato dal surriscaldamento delle aspettative d’inflazione. Esso si rivela meno intenso sulle scadenze più brevi. Il bond a 2 anni offriva, ad esempio, un rendimento del 18,13%, in rialzo dal 14,57% di inizio anno. La diversa velocità con cui i rendimenti stanno lievitando è dettata proprio dal taglio dei tassi atteso quanto prima. Esso accresce le aspettative d’inflazione nel lungo periodo e tiene basse quelle sul costo del denaro.

Adesso, l’attenzione si è spostata anche sulla congruità delle riserve valutarie. Le opposizioni denunciano un “buco” di 128 miliardi di dollari, conseguenza delle vendite avvenute quando ministro delle Finanze era Berat Albayrak, genero del presidente Erdogan. Si teme che la banca centrale continui a difendere il cambio intaccando le riserve rimanenti, che al netto delle operazioni “swap” risultano negative. Infine, pesa come un macigno il riconoscimento da parte dell’amministrazione Biden del genocidio armeno ad opera dei turchi di oltre un secolo fa. Una pagina di storia tabù per Ankara, che rischia di allontanare il paese ulteriormente dall’Occidente e di accentuare le tensioni finanziarie nel bel mezzo di una pandemia. Il “lockdown” è stato nuovamente imposto dal governo, ponendo dubbi sulla capacità dell’economia turca di riprendersi al più presto.

In sostanza, non è solo il taglio dei tassi in sé a spaventare. Anche fattori geopolitici e la congiuntura economica domestica e internazionale interrogano sul rischio Paese. L’allentamento monetario è atteso per metà anno, quando sotto Agbal veniva considerato più probabile al terzo, se non al quarto trimestre. L’errore di ridurre troppo presto il costo del denaro si è riflesso nel 2020 nell’accelerazione dei tassi d’inflazione nuovamente alla doppia cifra. La maxi-stretta del 2018 è stata così vanificata dalla frustrazione di Erdogan nel pretendere risultati tangibili immediati a favore dell’economia.

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