Sul debito delle petro-monarchie c’è stata forse eccessiva euforia

Rialzi stellari per i prezzi delle obbligazioni sovrane del Golfo Persico. Dopo avere accusato la caduta del petrolio, adesso i bond luccicano e, forse, pure troppo.

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Rialzi stellari per i prezzi delle obbligazioni sovrane del Golfo Persico. Dopo avere accusato la caduta del petrolio, adesso i bond luccicano e, forse, pure troppo.

Il crollo delle quotazioni del petrolio sui mercati internazionali avrà anche temporaneamente rallegrato gli automobilisti occidentali, ma ha seminato scompiglio nel Golfo Persico, un’area del mondo che vive di oro nero, in molti casi sopra le proprie possibilità, confidando eccessivamente su questa risorsa. Quando il Brent è arrivato a scendere sotto i 20 dollari in aprile, ai minimi da fine anni Novanta, i prezzi delle obbligazioni sovrane delle cosiddette petro-monarchie sono letteralmente collassati.

Da allora, però, il greggio si è riportato sopra i 40 dollari, pur restando di circa un terzo sotto i livelli di inizio anno. Nel frattempo, i bond hanno compiuto un enorme balzo. Prendiamo il Bahrein, uno degli stati del Golfo più in difficoltà con il petrolio a basso prezzo. I suoi titoli in dollari con scadenza 2029 e cedola 6,75% (ISIN: XS1675862012) sono passati da 80 a 110 centesimi, pur restando di circa il 5% inferiori rispetto ai livelli pre-Covid. Il rialzo è stato prossimo al 40%, mentre arriva al 50% per il bond con scadenza 2044 e cedola 6% (ISIN: XS1110833123), passato nello stesso periodo da 65 a quasi 98 centesimi.

Bahrein a caccia di dollari con un nuovo bond per arginare la crisi del petrolio

Il Qatar non è stato da meno. Il debito in dollari che verrà rimborsato nel marzo 2029 e cedola 4% (ISIN: XS1959337582) si è apprezzato da 98 a 118, segnando un robusto +20%. Il trentennale emesso alla pari solo nell’aprile scorso e con cedola 4,40% (ISIN: XS2155352748) ha guadagnato un terzo del suo valore e ieri viaggiava a poco meno di 133.

Compiacenza eccessiva?

E l’Arabia Saudita, l’economia più grande e sviluppata dell’area, ha visto impennarsi del 30% il prezzo del suo bond 2046 e cedola 4,50% (ISIN: XS1508675508), chiaramente anch’esso denominato in dollari.

Il decennale omanita in scadenza nel 2029 e cedola 6% (ISIN: XS1944412748) è balzato del 40%, mentre quello degli Emirati Arabi Uniti con cedola al 3,05% e in scadenza nel 2030 (ISIN: AU0000078644) è salito di “solo” il 17%, anche se era sprofondato a livelli meno infimi dei suoi concorrenti.

Il debito del sultano offre fino al 9% all’anno

Il rischio di eccessiva compiacenza sui mercati si mostra, però, elevato. Per quanto il Brent si sia ripreso dai minimi dell’anno, non ci si aspetta che torni ai livelli pre-Covid da qui a breve, dato che tutte le principali economie mondiali rimarranno non si riprenderanno del tutto da qui ai prossimi due anni. E questo, al netto di una possibile seconda ondata di contagi. Nel frattempo, i “buchi” di bilancio delle petro-monarchie saranno larghi, anche perché già il Golfo Persico si presentava nel complesso fiscalmente poco virtuoso. Si consideri che il Bahrein avrebbe bisogno di un Brent a circa 96 dollari per centrare il pareggio di bilancio, l’Oman a 87 dollari, l’Arabia Saudita a 76, mentre l’Oman se la caverebbe già a 40 dollari e risulterebbe attualmente il meglio piazzato, anche perché reduce da un biennio di avanzi di bilancio.

Le principali azioni per migliorare i conti pubblici, in attesa che il greggio risalga la china, sarebbero il taglio dei sussidi alle famiglie, perlopiù legati al comparto energetico, e l’eventuale sganciamento del cambio dal dollaro. Entrambe provocherebbero l’aumento del costo della vita per le famiglie, con annesso malcontento che i petro-monarchi non vogliono correre il rischio di accusare, terrorizzati dalle Primavere Arabe di ormai quasi un decennio fa.

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