Sui mercati emergenti non sempre un rendimento dell’8% sembra interessante

Le obbligazioni sovrane emergenti offrono a volte rendimenti impensabili ormai sui mercati avanzati, ma celano diverse insidie. Il caso del Pakistan lo dimostra.

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Le obbligazioni sovrane emergenti offrono a volte rendimenti impensabili ormai sui mercati avanzati, ma celano diverse insidie. Il caso del Pakistan lo dimostra.

Il peggio sarebbe alle spalle sui mercati emergenti, le cui valute hanno accusato un duro colpo nei mesi scorsi, quando il Coronavirus ha iniziato a diffondersi all’infuori della Cina, perdendo mediamente il 7,5% contro il dollaro tra la metà di gennaio e la terza settimana di marzo. Da allora, tuttavia, si registra un discreto rimbalzo (+3%), sebbene la situazione dipenda da stato a stato. Avendo presumibilmente toccato il fondo, questi mercati potrebbero già mostrarsi appetibili e i rendimenti offerti da molti dei bond governativi e corporate appaiono allettanti.

Prendete il Pakistan. La sua rupia ha perso quest’anno “solo” il 6,5% contro il biglietto verde, mentre i suoi titoli di stato in valuta locale hanno registrato un trend rialzista, se è vero che il rendimento decennale è crollato da oltre l’11% all’8,64%. Sulle scadenze medio-brevi, si è scesi dal 12% al 7,60%, grazie al taglio dei tassi d’interesse, che la banca centrale ha portato all’8%, confortata dalla discesa apparentemente costante dell’inflazione, la quale a maggio risultava dell’8,22%. Questo significa che, in assenza di ulteriori decelerazioni nella crescita dei prezzi, i tassi reali risulterebbero negativi, pur di poco.

Capitali esteri da record in Pakistan, allo studio un’emissione di Panda bond

E già questo non è un buon segnale per il mercato. Tassi reali negativi lasciano intravedere l’indebolimento del cambio, sostenuto dal deflusso dei capitali. Il problema riguarda particolarmente Islamabad, le cui partite correnti si mostrano cronicamente negative, così come i saldi commerciali. In altre parole, la domanda netta di valuta estera è positiva e preme al ribasso sulla rupia. Nel frattempo, il debito pubblico si dirige apertamente al 90% del pil, con il deficit atteso per l’anno prossimo dagli analisti internazionali in area 8%, anche a causa dell’incapacità del governo di centrare l’obiettivo di un saldo primario almeno nullo.

Si consideri che il paese paga il 6,5% del pil per gli interessi.

Debito “spazzatura” per le agenzie di rating

Il debito pubblico pakistano è classificato come “junk” da tutte le principali agenzie di rating: “B-” per S&P e Fitch, “B3” per Moody’s. Probabili nuovi declassamenti nei prossimi mesi. Se non ci si volesse imbattere nei titoli in valuta locale, si potrebbe sempre optare per quelli in dollari. Il bond con scadenza settembre 2025 e cedola 8,25% (ISIN: XS1299811486) offriva ieri un rendimento di quasi il 7,50%, mentre quello con scadenza marzo 2036 e cedola 7,875% (ISIN: USY8793YAL66) rendeva intorno all’8,30%. Si consideri che rispetto ai titoli di pari durata residua e denominati in rupie, i rendimenti in dollari risultano rispettivamente dello 0,50% e dell’1,70% più bassi, ma a premio l’uno di 715 e l’altro di 730 punti base nei confronti dei Treasuries.

Eppure, tra conti pubblici traballanti e crescita del pil attesa negativa per l’anno fiscale che sta per iniziare (ma il governo stima un irrealistico +2,1%), considerata la tendenza anch’essa negativa delle partite correnti, non dovremmo attenderci granché di buono né dai titoli in rupie, né da quelli in dollari, con questi ultimi a risentire del possibile aumentato rischio sovrano con l’assottigliamento delle riserve valutarie, al netto dei recenti aiuti ottenuti dal Fondo Monetario Internazionale, il quale ha chiesto infruttuosamente a Islamabad di “congelare” gli stipendi pubblici. Nell’ultimo decennio, in media la rupia pakistana ha perso il 4% all’anno e i buoni propositi sull’economia del premier Imran Khan devono ancora trovare piena attuazione. E il mercato le avrebbe già scontate.

Anche in Pakistan è rally dei bond con le riforme economiche

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