Spread Btp Bund: la nuda verità sui perchè non scende

Pochi sanno bene cosa significa e cosa sta ad indicare, però fà paura. Se sale, i rendimenti dei titoli di Stato aumentano, il Tesoro deve pagare di più per rifinanziarsi e la speculazione ci marcia sopra. Ma il debito pubblico italiano sta lentamente calando e il pareggio di bilancio è possibile nei tempi previsti

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Pochi sanno bene cosa significa e cosa sta ad indicare, però fà paura. Se sale, i rendimenti dei titoli di Stato aumentano, il Tesoro deve pagare di più per rifinanziarsi e la speculazione ci marcia sopra. Ma il debito pubblico italiano sta lentamente calando e il pareggio di bilancio è possibile nei tempi previsti

Un pò di ironia per iniziare – A volte il diavolo è più brutto di come lo si dipinge. Lo spread fra Btp e bund, termine fino a pochi mesi fa sconosciuto dal 90% della popolazione e addirittura (ma la cosa non deve sorprendere più di tanto) da molti parlamentari, è ora sulla bocca di tutti. E fà paura solo a pronunciarlo, dato che nell’immaginario collettivo ha assunto connotazioni negative e preoccupanti. Ma è solo una questione di ignoranza, poiché non tutti sanno esattamente cosa vuol dire e cosa sta ad indicare. La cosa importante per i media (e quindi per la speculazione) è che se ne parli con enfasi allarmante durante i telegiornali per suscitare preoccupazione e allarme sociale. Come se fosse un termometro impazzito che sta per bucare la colonnina di mercurio verso l’alto. Il fenomeno mediatico ha quindi assunto caratteristiche incontrollabili per i più, al punto che in ufficio o al ristorante durante la pausa mensa, ci si collega ad internet col telefonino per sapere cosa fa lo spread a metà giornata.

 

Se sale lo spread aumentano gli interessi sul debito – Ironia a parte, vediamo di fare un po’ di chiarezza sul significato del termine inglese, utilizzato soprattutto in finanza. Lo spread, non è altro che il differenziale di rendimento che corre fra due valori, come se fosse una forbice che si allarga e si restringe a seconda dell’andamento dei mercati. Si parla solitamente di spread in riferimento ai tassi d’interesse bancari attivi e passivi, ma recentemente il termine è balzato agli onori della cronaca per misurare l’affidabilità dei titoli di stato italiani (e non solo) sui mercati internazionale.

Più nel dettaglio, misura la differenza fra gli interessi corrisposti dai titoli di stato tedeschi decennali (bund) presi a riferimento, con i gli interessi offerti dai corrispondenti titoli di stato italiani (BTP). Più si allarga questo differenziale e maggiori interessi sul debito pubblico dovranno essere pagati dallo Stato italiano per gli anni a venire con un notevole aggravio per le casse del Tesoro. Inevitabile quindi l’incremento della pressione fiscale per fronteggiare l’emergenza.

 

Tutta colpa del rallentamento della crescita economica – Dunque, quando si dice che lo spread ha raggiunto i 500 punti cosa significa? Significa semplicemente che l’Italia dovrà remunerare del 5% in più, rispetto ai titoli tedeeschi, le proprie emissioni per poterle collocare sul mercato facendo sì che gli investitori internazionali le sottoscrivano. Così, se il bund tedesco rende il 2%, inevitabilmente il Btp italiano renderà il 7%. E via via tutte le emissioni presenti sul mercato secondario si adegueranno ai rispettivi rendimenti. Ma perché si è creato questo improvviso disallineamento dei rendimenti che fino a poco tempo fa non c’era? In realtà una differenza sostanziale di rendimento dei titoli di stato all’interno dell’are euro c’è sempre stata – afferma un operatore del Banco Popolare – solo che prima era trascurabile e tollerabile, mentre adesso non lo è più. Le cause sono molte, ma tutte legate fra loro. Si va dalla perdita di credibilità delle politiche di alcuni stati europei alla mancanza di una politica fiscale unitaria, dalla debolezza nella crescita delle rispettive economie all’eccessivo indebitamento di alcuni stati. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. La realtà, però, è una sola: da circa dieci anni, l’economia europea non cresce più a livelli tali da poter sostenere il debito aggregato accumulato in passato. Solo la Germania sembra in grado di reggere l’onda d’urto recessiva, ma non solo perché è il paese più ricco e industrializzato dell’eurozona, bensì perché ha fissato a proprio vantaggio il cambio con le valute nazionali al momento dell’introduzione della moneta unica mettendo in difficoltà tutte le altre nazioni, chi più e chi meno.

 

Di troppo benessere si può star male: i bund tedeschi – A parte ciò, non bisogna dimenticare che se gli stati europei che finanziariamente ruotano intorno alla Germania sono in difficoltà, anche i tedeschi alla lunga ne risentiranno. La speculazione che cavalca l’onda al ribasso dei titoli di stato italiani, spagnoli, portoghesi e da poco anche quelli francesi, forza la mano anche sulle banche tedesche. Se da una parte, infatti, gli investitori istituzionali internazionali vendono BTP, dall’altra acquistano bund secondo il noto principio del fly to quality. Con l’effetto che il prezzo continuerà a salire al punto che il decennale tedesco ora rende meno del tasso d’inflazione e, a conti fatti, un investitore va a rimetterci del denaro. Lo spread, quindi, si allarga anche dalla parte della Germania, in senso contrario a quello dell’Italia, ma comunque non in maniera proficua perché si arriverà a un punto di rottura in cui il mercato si accorgerà che è inutile continuare a investire su titoli il cui rendimento è diventato negativo al netto dell’inflazione. Il problema si è già manifestato durante le ultime aste dei titoli pubblici tedeschi dove la domanda non è riuscita a coprire integralmente l’offerta e il Ministero dell’Economia ha faticato non poco a chiudere con successo le proprie aste.

 

Germania uber alles – La Germania sta quindi fungendo da catalizzatore del malessere europeo assorbendo liquidità da tutte le parti. Non è quello che vogliono i mercati, ma è quello che vuole la Germania colonizzatrice il cui intento è quello di controllore più o meno direttamente il mercato unico europeo e gli scambi delle merci. Chi la spunterà? La finanza o la politica? E’ inevitabile, che prima o poi si assisterà a un lento e graduale riequilibrio delle risorse finanziarie che risentiranno delle riforme economiche che i vari stati europei saranno in grado di attuare attraverso il cambiamento delle regole di fronte al rallentamento della crescita economica globale.

Ciò non avverrà in maniera indolore, poiché tutti i membri dell’eurozona perderanno parte della loro sovranità (vedi caso Grecia) per riportare lo spread fra i vari titoli di stato nazionali a livelli ragionevoli. La Bce (cioè la Germania) dovrà inevitabilmente stampare nuova moneta e consentire l’emissione di eurobond per calmierare i mercati nel tentativo di omogeneizzare i rendimenti.

 

L’economia europea e l’euro rappresentano una minaccia per la supremazia americana – E’ dimostrato che il cambiamento di rotta della politica non influenza nell’immediato la finanza che segue regole diverse, quelle legate alla speculazione.

Il Btp 3,75% 08/2021

Gli avvenimenti più recenti (elezioni in Spagna, nuovi governi in Grecia e Italia), non hanno ridotto minimamente gli attacchi speculativi contro l’euro. Il sistema finanziario mondiale, quello governato dalle grandi lobby e dai fondi, vuole il collasso dell’euro come moneta unica, ma non perché sia debole, anzi, proprio perché è forte, fà paura e rappresenta una minaccia al potere consolidato degli Stati Uniti. Guarda caso, in un momento di crisi come quello che stiamo attraversando il cambio euro/usd è a 1,35, il 30% in più di quando fu creata la moneta unica. Il tessuto economico e industriale europeo non è secondo a nessun paese al mondo. Lo sanno benissimo i cinesi, e anche i russi, ma lo temono gli USA che potrebbero perdere presto la loro leadership mondiale basata essenzialmente sul controllo del mercato del petrolio e degli armamenti. Al punto che verrebbe da pensare che il problema dei debiti pubblici europei (che sono sempre esistiti) sia in realtà un problema del debito pubblico americano che proprio di recente ha sfondato i 15 trilioni di dollari ed è ampiamente fuori controllo, mentre l’Italia sta, a piccoli passi, cercando di rimettere le cose a posto.

 

Cala ancora il debito pubblico italiano a Ottobre – Dal punto di vista del bilancio, il nostro paese sta infatti dimostrando di riuscire, seppure lentamente, a rimettere i conti a posto. A ottobre – riporta il supplemento al bollettino statistico finanza pubblica – il valore del debito è diminuito per il secondo mese consecutivo portandosi a 1.883,7 miliardi. La diminuzione del debito rispetto al mese precedente (15,8 miliardi), riflette soprattutto il decumulo delle attività del Tesoro presso la Banca d’Italia (-29,0 miliardi, a 15,6 miliardi) controbilanciato dal fabbisogno registrato in questo mese (13,2 miliardi). Nei primi nove mesi del 2011 il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche al netto delle dismissioni mobiliari si è attestato a 63,7 miliardi, inferiore di 2,1 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2010. Escludendo le erogazioni in favore della Grecia e la quota di competenza dell’Italia dei prestiti erogati dall’Efsf, il fabbisogno nei primi nove mesi è diminuito di 5,2 miliardi. Il miglioramento è attribuibile principalmente all’aumento delle entrate fiscali (in particolare il gettito dell’IVA e i proventi delle accise sulle risorse energetiche), parzialmente controbilanciato dall’incremento della spesa per interessi.

Il debito pubblico nel mondo

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