Sopra lo Stato la banca campa

Le banche sono sempre più odiate in tempi di crisi. Non prestano più soldi a chi ne ha bisogno, li chiedono indietro a chi li sta usando e speculano coi fondi della BCE sui titoli pubblici. Andrebbero nazionalizzate

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L’avidità è giusta diceva Gordon Gekko nel film “Wall Street” di Oliver Stone. Sono passati 23 anni da quel memorabile lungometraggio che ha catturato l’attenzione dei più spavaldi giocatori di borsa (traders) e di rampanti uomini d’affari al punto che quella frase, allegramente pronunciata dal protagonista del film (Michael Douglas), sembra essere diventata oggi il dogma della maggior parte dei banchieri del mondo. Coloro che – a detta di molti – in questi ultimi 20 anni hanno fatto il bello e il brutto tempo sui mercati finanziari con soldi presi a prestito da piccoli e grandi risparmiatori, arricchendo ingiustamente un sistema basato esclusivamente sul profitto e mandando contestualmente in rovina famiglie ed economie intere. Già, le banche, queste maledette, la cui missione dovrebbe essere quella di servire lo sviluppo dello Stato, ma che in realtà dello Stato si sono impossessate indebitandolo fino al collo e creandone un mostro oppressivo sempre più odiato essendo percepito come asservito quasi esclusivamente agli interessi del sistema bancario e non a quelli della collettività. E’ di questi giorni la notizia che il governo Monti ha pagato 3,4 miliardi di euro a Morgan Stanley per svincolarsi da contratti derivati risalenti agli anni ‘90 e che finora sono costati al Tesoro, cioè a tutti noi, 31 miliardi di euro per coprire manovre speculative dissennate sul debito pubblico italiano di cui nessuno era mai venuto a conoscenza prima. E forse – come riporta la stampa specializzata – è solo la punta dell’icberg. Ecco, quindi, che vengono chiesti sempre più sacrifici, tramite leggi e decreti statali, per interessi che non sono proprio della collettività, ma delle banche che temono di non riavere più indietro i soldi che in passato hanno prestato qua e là tanto allegramente.

 

Le banche usano i soldi della BCE per speculare sui titoli di stato

Molti non se ne sono accorti e forse non se ne accorgeranno mai, ma le vere e uniche responsabili delle più recenti crisi economiche sono oggi, più di ieri, le banche. Soprattutto le banche d’affari che si sono distaccate completamente dalla realtà economica e dalla loro naturale missione che è quella di favorire lo sviluppo delle imprese e del territorio. Sono banche avide, ossessionate dai profitti ad ogni costo, che in alcuni casi si sono abbuffate talmente tanto da andare fuori controllo, come un tossico vittima da overdose, e implodere su se stesse in maniera eclatante (Lehman Brothers), cioè  su quelle montagne di debito che quotidianamente creano (derivati) e gestiscono col favore del mondo della politica e dei circoli del potere economico. Si pensi che in giro per il mondo circola una montagna di derivati pari a 10-15 volte il Pil del pianeta (65 trilioni di dollari) e Wall Street è ormai diventato un gigantesco casinò finanziario dove circola talmente tanto denaro creato dal nulla. In Europa recentemente le banche hanno preso a prestito quasi un trilione di euro dalla BCE al tasso irrisorio e ridicolo dell’1% in tre anni, abbondantemente sotto il tasso d’inflazione, col nobile scopo di rilanciare un’economia ormai in recessione da mesi, ma che di fatto hanno impiegato per speculare e fare affari sulle disgrazie altrui. Come? Acquistando titoli italiani (ma anche spagnoli) di debito pubblico per paura venduti direttamente dai piccoli risparmiatori o indirettamente dai fondi d’investimento quando i prezzi erano scesi talmente tanto da offrire agli squali rendimenti del 7-8% nel lungo periodo. Titoli che col tempo verranno scaricati allegramente sul retail a prezzi nettamente più alti quando i media cominceranno a raccontare che, grazie alla manovra “Salva Italia” la crisi sarà finita e lo spread sarà rientrato nei ranghi (già si stanno percependo i primi segnali sul mercato dei Bot).

 Le banche ci lucreranno sopra un buon 4-5% all’anno coi soldi facili presi a prestito dalla Banca Centrale Europea, sapendo benissimo che le tasse feroci imposte dallo Stato ai contribuenti, con la regia del sistema bancario stesso, rappresentano in concreto la garanzia per i loro investimenti nei titoli pubblici. Anche un bambino capirebbe che si tratta di un grandissima presa per i fondelli e che il problema non è la Grecia o lo spread troppo alto. Questi sono solo i mezzi, dati in pasto ai media, per giustificare il fine.

 

Dirigente Goldman Sachs lascia e accusa: “banca senza morale”

Ma non è tutto. Le banche hanno utilizzato questi soldi anche (e principalmente) per ridurre il proprio debito, soprattutto quello subordinato che altrimenti avrebbero faticato a sostenere quest’anno – stando a quanto riportato dall’Eba, l’organismo di vigilanza bancaria europeo -. Obbligazioni perpetue, senza garanzie reali, che sono state parzialmente rimborsate con guadagni dell’ordine del 50-60% utilizzando fondi europei. Un’orgia finanziaria, passata quasi inosservata, che a memoria d’uomo non si era vista neanche nel film di Oliver Stone e che farebbe scattare le manette per insider trading a un sacco di gente se solo la magistratura potesse agire liberamente là dove non si può osare. A puntare il dito contro questo sistema ingiusto e distruttivo per l’economia, è stato recentemente Greg Smith, ex dirigente della Goldman Sachs, la più grande banca d’affari americana, definita negli ambienti finanziari “la piovra” per la sua rete tentacolare nel tessuto economico e politico mondiale. Dalle colonne del New York Times, Smith ha dichiarato che per Goldman Sachs “l’interesse dei clienti è sempre più marginale nelle azioni della società e che la banca pensa solo a fare soldi. I clienti sono solo dei pupazzi”. Nessuno prima d’ora si era sbilanciato tanto mettendosi contro un potere enorme come quello di Goldman Sachs, in grado di decidere della la vita e della morte di un paese intero. Ma come dargli torto? Qualcosa forse si sta muovendo. Senza andare tanto lontano, sono ancora recenti i ricordi degli attacchi alle sedi delle agenzie di rating a Milano o dei movimenti sociali che hanno portato ad attaccare le sedi delle maggiori banche italiane al punto che l’Ad di Unicredit Federico Ghizzoni si è detto preoccupato perché “in Italia si sta creando un sentimento di odio e ostilità nei confronti delle banche”.

 

Banca Intesa perde più di 8 miliardi, ma distribuisce lauti utili ai soci

Non è certo una novità, ma questa preoccupazione sembra essere stata avvertita solo da lui ai piani alti del sistema. Intesa San Paolo, ad esempio, non se n’è accorta. Chiudendo l’esercizio 2011 con una perdita netta di 8,2 miliardi di euro, è riuscita magicamente a proporre la distribuzione di un dividendo ai soci, maggiorandolo addirittura del 25%. Da dove arrivano questi soldi se la banca lo scorso anno ha perso anziché guadagnare? Se le banche prestano sempre meno soldi alle imprese e, anzi, li chiedono indietro a quelle che hanno finanziato prima, come fanno a fare utili? Non sono congetture, ma constatazioni preoccupanti. Il governatore della Banca d’Italia ha ravvisato al 31 Dicembre 2011 un calo record di credito alle imprese per oltre 20 miliardi di euro, una cifra mai vista prima. Però Intesa San Paolo ha attinto a Febbraio dalla BCE ben 12 miliardi di euro e molti faticano a credere che saranno impiegati per rilanciare l’economia del bel paese che un po’ alla volta sta sprofondando sotto il peso di un debito pubblico letteralmente fuori controllo. Già perché se gli istituti di credito riescono a distribuire utili pur chiudendo gli esercizi in perdita e a speculare il 4-5% netto con i soldi dei contribuenti (tramite la BCE), da qualche parte alla fine verrà pure a mancare la differenza. Ma a pagare il conto saranno sempre i cittadini – spiegano gli esperti – attraverso la disoccupazione, il carovita, l’inesorabile impoverimento delle famiglie e l’indebitamento collettivo. A gennaio il debito pubblico italiano ha superato la cifra mostruosa di 1.935 miliardi di euro, ma dal Governo tranquillizzano e dicono che quello che conta è il rapporto con il Pil e non lo stock di debito. Ebbene questo rapporto è al 120% da un bel po’ e – come dice Paul Krugman, premio Nobel per l’economia – non è più sostenibile con una crescita negativa del Pil. Soprattutto non è sostenibile se le banche continueranno a trattenersi i soldi dei contribuenti, prestandoli col contagocce a tassi del 7-8% quando la BCE li eroga all’1%. Insomma, c’è qualcosa di distorto nel sistema che porterà inevitabilmente al collasso dello Stato se questo non tornerà ad essere padrone del denaro che presta a se stesso, dalla BCE direttamente alle imprese e alle famiglie, senza passare dagli istituti di credito. In altre parole, le banche per come si stanno comportando, dovrebbero essere nazionalizzate.

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