Scommettere sui bond della Grecia prima delle elezioni? Ecco la vera ragione per cui crederci

I titoli di stato della Grecia corrono da mesi sui mercati e non per la ragione che siamo portati a credere, anzi per quella opposta. Gli investitori si aspettano un cambio di passo con la probabile vittoria elettorale del conservatore Kyriakos Mitsotakis.

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I titoli di stato della Grecia corrono da mesi sui mercati e non per la ragione che siamo portati a credere, anzi per quella opposta. Gli investitori si aspettano un cambio di passo con la probabile vittoria elettorale del conservatore Kyriakos Mitsotakis.

Il rally dei bond in Grecia è stato piuttosto visibile negli ultimi mesi. I rendimenti a 10 anni sono arrivati a scendere fin sotto il 3,30%, ai minimi dal 2005. E ancora oggi si attestano in area 3,31-2%, in caduta libera rispetto al 4,7% del novembre scorso. La corsa viene spiegata con gli ottimi risultati fiscali di Atene, che ha chiuso il 2018 con un surplus primario superiore al 4% del pil, atteso al 3,6% per quest’anno.

Se si pensa che nel 2009 il “buco” risultasse esploso al 15,2% e il 2018 abbia esitato un avanzo complessivo dell’1,1%, capiamo quanti passi in avanti lo stato ellenico abbia compiuto nell’ultimo decennio, sebbene a costo di mettere in ginocchio l’economia, nel frattempo contrattasi del 25%. E sappiamo anche che la liquidità disponibile del Tesoro ammonterebbe fino a un massimo di oltre 48 miliardi di euro, tra linee di credito avanzate con il terzo “bail-out” del 2015, nuove emissioni a lungo termine, interessi maturati dalla BCE sui bond ellenici che verranno girati alla Grecia e cassa in possesso di altre entità statali.

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Tuttavia, se c’è una ragione per cui scommettere sui titoli di stato di Atene, questa non riguarda affatto lo stato di salute dei suoi conti pubblici, quanto l’evoluzione politica attesa da qui a pochi mesi. Nuova Democrazia, il principale partito di opposizione, dai sondaggi è accreditata di una media di quasi 10 punti percentuali avanti a SYRIZA, il cartello della sinistra radicale guidato dal premier Alexis Tsipras. Ed è interessante notare come il suo leader Kyriakos Mitsotakis stia presentandosi agli elettori con un programma pro-crescita affatto strampalato, anzi piuttosto sensato per le condizioni economiche disastrose in cui versa la Grecia.

Mitsotakis punta sul taglio delle tasse, ambendo a tagliare l’aliquota sui profitti delle imprese (“corporate tax”) al 20% dal 29% del 2018, entro due anni. Lo stesso governo attuale ha promesso di tagliarla al 25% entro il 2022. Intervistato da Bloomberg, il leader conservatore ha ripetuto una delle sue promesse ai greci: tagliare il surplus fiscale.

Attenzione: tagliare, non aumentare. E come mai i bond si apprezzano sulla probabile vittoria alle elezioni europee di maggio e politiche di ottobre di una formazione che promette di ridurre l’avanzo di bilancio? Lo si capisce dalle motivazioni addotte dallo stesso Mitsotakis: il surplus è eccessivo, frutto di alte tasse che hanno indebolito il ceto medio e distrutto l’economia. A suo avviso, serve crescere del 4% all’anno, non del 2%. E spiega che chiederà ai partner di ridurre magari fino al 2% l’avanzo primario dal 3,5% imposto alla Grecia fino al 2022, in cambio di riforme.

Scambio tra riforme e austerità

I conservatori propongono sostanzialmente uno scambio tra riforme e minore austerità fiscale, cosa che sembra avere molto senso per una specifica ragione: il debito pubblico ellenico sarà sostenibile o meno sulla base della crescita economica della Grecia nei prossimi decenni. E con tasse alte su profitti, redditi da lavoro, IVA e immobili (ENFIA), che Mitsotakis sostiene che vadano ridotte, l’economia non crescerà, se non lentamente, rendendo necessari surplus sostenuti per garantire i crediti della Troika (UE, BCE e FMI), ma finendo per renderli di fatto insostenibili. Per quanto non lo vada sbandierando per ovvie ragioni elettorali, ND potrebbe eliminare del tutto la legge Katseli, già in corso di ammorbidimento da parte del governo su pressione di Bruxelles, che rende impignorabili le prime case dei mutuatari, una protezione voluta e introdotta da SYRIZA nel 2015 e che ha aggravato la crisi del credito delle banche, oberate da Npl superiori al 40%. E senza credito a imprese e famiglie, l’economia non può ripartire.

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In sostanza, serve non un allentamento fiscale tout court, quanto legato all’attuazione delle riforme di stimolo della crescita nel medio-lungo periodo, le uniche che ravviverebbero l’economia e renderebbero (più) sostenibile il debito pubblico. Per questo, i prezzi dei bond ellenici stanno correndo da mesi, man mano che ci avviciniamo alla fine di questa legislatura; non nell’attesa di una maggiore austerità, già eccessiva, quanto di una riduzione del carico fiscale compatibile con conti pubblici ordinati (magari basterebbe mantenere il semplice pareggio di bilancio) e al contempo capace di rilanciare il pil.

Non essendo capace di fare alcunché di questo, Tsipras si trova costretto a rassicurare creditori pubblici e privati solo tramite poderosi surplus. E l’economia quest’anno dovrebbe crescere per il terzo anno consecutivo del 2,2%. Meglio di niente, ma affatto bene dopo aver perso per strada un quarto della sua ricchezza annua prodotta al 2007. E almeno Mitsotakis fa sperare in un cambio di passo.

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