Scende lo spread, ma l’Italia è seduta su una polveriera

I rendimenti dei titoli di stato italiani scendono, ma il debito pubblico a 2.075 miliardi è ormai fuori controllo. Dall’estero hanno già alleggerito sul Paese, mentre le banche nostrane sono stracolme di BTP

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I rendimenti dei titoli di stato italiani scendono, ma il debito pubblico a 2.075 miliardi è ormai fuori controllo. Dall’estero hanno già alleggerito sul Paese, mentre le banche nostrane sono stracolme di BTP

Lo spread scende sotto 240? Bene. Verrebbe da pensare che la situazione sia tornata sotto controllo e che le finanze pubbliche sono adesso più gestibili, anche perché le entrate tributarie sono in tendenziale aumento. Ma attenzione alle false apparenze: il debito pubblico italiano continua inesorabilmente a salire in barba allo spread e alla politica monetaria della Bce. Siamo ormai a quota 2.075 miliardi con una componente di spesa per interessi che super il 5,5% del prodotto interno lordo (fonte Banca d’Italia) e il rapporto debito/pil che tende ormai al 130% (quello Greco era esploso sopra il 150%). Benché le statistiche sul debito non facciano più notizie, più per rassegnazione che per altri motivi, e nel pieno clima ferragostano sono tutti interessati a riposarsi o a trascorrere le vacanze al mare o in montagna, c’è chi passa tempo a studiare gli scenari futuri delle finanze italiane. Investitori e finanziatori di tutto il mondo non hanno per nulla perso di vista il quadro economico italiano. Già, perché la vera polveriera che potrebbe mandare in fumo l’euro e l’Ue è l’Italia.

 

Le banche straniere vendono BTP in vista della rinegoziazione del debito

 

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A meno che il Pil non si metta a correre al ritmo del 5% all’anno, Roma dovrà tagliare lo stock debitorio di circa il 30% allungando le scadenze. Come avvenuto per la Grecia. La via, ormai, è già tracciata, e non è una questione di come ma di quando. Per capirlo è sufficiente dare un occhio alla composizione del debito pubblico italiano e vedere chi lo possiede facendo un passo indietro. Lo scorso anno la Bce ha prestato centinaia di miliardi di euro alle banche italiane (Ltro, Esm, Omt) per supportare le emissioni di titoli di stato governativi, non potendolo sostenere lo Stato direttamente come avviene negli USA.

Il risultato è stato che le banche italiane si sono riempite di titoli di debito pubblico che in parte stanno gradualmente scaricando sul retail o nei fondi d’investimento. Con gli incassi (e le plusvalenze) vengono ripagati i prestiti della Banca Centrale Europea all’1% entro il 2015 grazie ai rendimenti in ribasso rispetto al 2011 e 2012. Solo speculazione? No. Le banche straniere, in particolare quelle tedesche e francesi, hanno alleggerito le posizioni per non farsi trovare impreparate al momento della ristrutturazione del debito pubblico italiano, manovrando lo spread con la compravendita dei propri titoli di stato o alla vigilia delle aste pubbliche italiane. Da notare che lo spread di rendimento fra titoli decennali italiani e tedeschi non è calato in Giugno e Luglio mentre sta scendendo questo mese in assenza di aste BTP da parte del Tesoro. Sarà una coincidenza? La conclusione è che all’inizio dell’anno il quantitativo di titoli di stato posseduti dalle banche straniere è sceso dal 51% al 35% circa. In pratica, la Bce, volente o nolente, ha innescato un meccanismo di trasferimento di titoli di stato che dall’estero stanno gradualmente rientrando in Italia, complice le manovre sullo spread e la tassazione agevolata al 12,50% sugli interessi che invoglia adesso gli italiani a tenere in portafoglio titoli di stato a scapito di altre forme di risparmio. Forse pochi se ne sono accorti, ma tutto è stato architettato a regola d’arte dal governo del banchiere Monti che ha messo il paese alla mercé dell’asse franco-tedesco.

 

Le banche italiane sono strapiene di BOT e BTP

In particolare, a risentirne profondamente sarà il sistema bancario italiano, oltre ai singoli risparmiatori, pieno zeppo di titoli di stato.[fumettoforumright] Le stime parlano di 400 miliardi di euro. Se disgraziatamente i tassi di riferimento della Bce dovessero tornare a salire per effetto di una robusta crescita economica (ma per ora è escluso), la spesa per interessi sul debito pubblico crescerebbe a dismisura accelerando il processo di ristrutturazione del debito italiano.

Cinque importanti istituti di credito italiani risultano tutti nella fascia più a rischio, con esposizioni in titoli di stato italiani che superano il 90% in quattro casi (Banco Popolare, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Unione di Banche Italiane), e il 50% in uno (Unicredit). In Germania, Deutsche Bank e Commertzbank sono esposte per il 16%, mentre altri istituti per molto meno. In Francia, invece, Crédit Agricole e BNP Paribas, da sole, sono esposte per oltre 25 miliardi, ma la quota italiana di titoli di stato rappresenta solo 1/6 del loro intero portafoglio. E’ chiaro che si tratta di cifre ragguardevoli, ma comunque inferiori al 2011.

 

Troppo debito pubblico concentrato in titoli a breve scadenza

 

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Quindi, se da un lato i paesi stranieri si stanno defilando, dall’altro gli italiani si stanno riempiendo le tasche di BTP e soprattutto di BOT che rappresentano la vera e propria miccia che potrebbe dare fuoco alle polveri. Il Tesoro tendenzialmente preferisce emettere titoli a breve termine sfruttando i bassi tassi d’interesse per rifinanziarsi e lo scudo anti spread della Bce (mai usato finora) potrebbe anche saltare se a Ottobre verrà bocciato dalla Corte Costituzionale tedesca. Cosa potrebbe succedere a quel punto? In assenza del bazooka della Bce, i tassi a breve potrebbero tornare a salire (non solo in Italia) ed essendo il debito pubblico italiano concentrato su scadenza brevi, implicherebbe un rapido aumento della volatilità e della speculazione sul fronte dei titoli di stato. Il quadro finanziario degenererebbe velocemente in quanto nelle nostre banche vi è presenza ancora massiccia di titoli brevi che tradizionalmente hanno costituito una fetta importante delle obbligazioni tricolori oltre che lo zoccolo duro su cui basare la politica di rifinanziamento del Tesoro, anche perché sopra i 10 anni di durata si fa fatica a collocare BTP. Circa il 36% dell’intero stock debitorio, infatti, è infatti costituito da BOT, CTZ,  CCT e titoli indicizzati all’inflazione, mentre “solo” il 64% è posizionato sui BTP (di cui una buona fetta con scadenza fra i 3 e i 5 anni), cosa che ci distingue nettamente rispetto a Francia e Germania che detengono debito a breve scadenza per percentuali molto più piccole dell’Italia.

Quello che più preoccupa, quindi, è la durata di vita media troppo bassa, il che ci pone troppo a soggetto della speculazione. Speriamo solo che la Bce riesca a mantenere i mercati sempre sotto controllo, con uno spread più contenuto possibile e con un costo del denaro prossimo allo zero.

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