La Banca d’Italia era al corrente dello stato di insolvenza delle 4 banche italiane “salvate” dal governo. O meglio, non poteva non sapere. Ma del resto, quando chi deve controllare è a sua volta controllato dagli stessi soggetti che nascondono la polvere sotto il tappeto (le quote della Banca d’Italia sono in mano alle banche private), non deve sorprendere se si è arrivati a un disastro finanziario di proporzioni ora incontrollabili. Così l’Unione Nazionale Consumatori ha deciso di presentare un esposto alla Procura della Repubblica di Roma e Ancona contro Bankitalia per accertare eventuali profili penalmente rilevanti in relazione alla mancata vigilanza e alla mancata comunicazione al mercato in merito ai rilievi fatti al management di Banca Marche”.

Lo ha dichiarato Corrado Canafoglia, coordinatore delle Marche dell’Unione Nazionale Consumatori, spiegando che “Bankitalia e’ intervenuta piu’ volte dentro le banche fallite, rilevando delle anomalie negli anni precedenti ai default, ma non ha mai ritenuto di dover avvisare il mercato. In particolare, per Banca Marche, non l’ha fatto nel 2012 quando c’e’ stato l’aumento di capitale. Se lo avesse fatto, i risparmiatori non avrebbero certo acquistato le azioni e le obbligazioni secondarie e non avrebbero perso i loro soldi” ha proseguito Canafoglia.   Bankitalia non ha controllato e lo Stato non funziona   Una mossa dovuta, ma che difficilmente renderà giustizia consentendo agli azionisti e obbligazionisti subordinati che hanno perso tutto nella vicenda Banca delle Marche, Popolare Etruria e Lazio, Carife e Carichieti di riavere indietro i loro soldi. Il sistema finanziario e dei controlli è marcio sin dalle radici in un paese bancocentrico come il nostro. Basti vedere che più di un terzo delle aziende quotate a Piazza Affari è costituito da banche e il mercato degli scambi è in mano a loro. Le grosse mutinazionali se ne vanno all’estero (vedi gruppo Fiat Chrysler).
E che il governo si stia preoccupando per istituire in fretta e furia un fondo salvagente nel tentativo di mettere un tappo allo scandalo mediatico che ne è derivato, la dice tutta sulla connivenza fra affari politici e finanza. Laddove si è potuto nascondere la polvere sotto il tappeto, è stato fatto, ma non sempre ci si riesce, anche perché adesso ci sono le autorità a Bruxelles che ci controllano. Ma è anche vero che ci sono le “class action”, le unioni dei consumatori e dei risparmiatori che hanno acquisito oggi un ruolo più preponderante nello panorama finanziario italiano per far rispettare quella fondamentale regola scritta nella Costituzione dal 1948 e che all.art. 47 recita espressamente che “la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Parole sante che non dovrebbero essere mai dimenticate da chi siede in Parlamento, da chi ha giurato sulla Carta Costituzionale e da chi esercita le funzioni di vigilanza nei confronti degli istituti di credito, soprattutto quelli in difficoltà, come lo erano le 4 banche commissariate da lungo periodo.   Fidarsi delle banche è bene, ma non fidarsi è meglio   Banche che pur di stare in piedi in un mutato contesto competitivo acuito dalla crisi finanziaria scoppiata nel 2008, hanno venduto consapevolmente a ignari risparmiatori prodotti finanziari ad alto rischio per incrementare i requisiti patrimoniali (azioni e obbligazioni subordinate), senza fornire le dovute informazioni prima dell’investimento. Del resto, il livello delle sofferenze bancarie in Italia sfiora i 200 miliardi e, in assenza di una robusta ripresa economica, le banche continueranno a chiedere soldi al mercato. Non possono fare altrimenti. Lo scandalo di Banca Marche, Popolare Etruria e Lazio, Carife e Carichieti non è un caso isolato, poiché molte banche cooperative italiane si comportano allo stesso modo pur di avere una estesa base di azionariato diffuso in cui il voto capitario ha il suo peso durante le assemblee.
Questo aspetto non è per forza di cose negativo. Anzi, esistono molte realtà bancarie che grazie alla struttura “popolare” sono riuscite a difendere gli interessi del territorio su cui operano, laddove lo Stato o le banche nazionali non intervengono nell’interesse generale dei cittadini. Ovvio che la contropartita ha un prezzo che consiste nella sottoscrizione di prodotti bancari locali, spesso non conosciuti alla maggior parte dei soci/clienti per ignoranza o mancanza di cultura finanziaria. Ma tant’è, si va in fiducia, perché si conosce il cassiere o il parente che lavora in banca e allora tutto diventa più facile collocare strumenti finanziari anche rischiosi. Insomma,  ci si fida ciecamente attaccandosi col tempo alla banca locale come alla squadra di calcio, salvo poi accorgersi che, quando ci sono di mezzo soldi sudati e risparmiati, non ne vale affatto la pena.