Ristrutturazione bond Venezuela, l’offerta-truffa di Maduro agli obbligazionisti

Il regime di Caracas punta a una rinegoziazione fallace con gli obbligazionisti, onde evitare di divenire oggetto di cause legali.

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Il regime di Caracas punta a una rinegoziazione fallace con gli obbligazionisti, onde evitare di divenire oggetto di cause legali.

Torna a farsi sentire il regime di Nicolas Maduro riguardo agli oltre 60 miliardi di dollari di debiti internazionali, in stato di default dalla fine del 2017. Il vice-presidente Delcy Rodriguez ha annunciato una “offerta condizionata” rivolta agli obbligazionisti, a suo dire specchio delle buone intenzioni di Caracas per trattare con i creditori. Le clausole legali limitative dei diritti degli obbligazionisti verrebbero sospese, a patto che essi rinuncino a tutte le cause già esistenti nelle corti internazionali e non ne intentino di nuove contro il governo venezuelano. L’accordo è valido, a patto che venga sottoscritto da almeno il 75% del capitale e una risposta dovrà pervenire entro il 13 ottobre.

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Le obbligazioni oggetto dell’accordo di rinegoziazione sono 29 e trattasi non solo dei titoli di stato propriamente detti, ma anche di emissioni della compagnia petrolifera statale PDVSA e della Compagnia Elettrica di Caracas. Anche nei confronti di queste due società pubbliche dovranno cessare i procedimenti legali per ottenere concessioni sul piano delle clausole.

Facciamo riferimento, in particolare, a quella che preclude agli obbligazionisti di accampare diritti in merito ai pagamenti delle cedole pregresse non corrisposte, una volta che siano trascorsi tre anni dal default. Poiché esso è scattato formalmente nel novembre del 2017, da qui a un paio di mesi gli obbligazionisti perderebbero il diritto di ottenere anche in futuro i tassi d’interesse non ricevuti con riferimento ai bond emessi a partire dal 2005, a meno di non sospendere la prescrizione con un’azione legale ad oggi confusa nelle modalità e nello stesso destinatario.

Il dilemma giuridico

In effetti, le obbligazioni sono state emesse in dollari e sotto la legge americana, per cui soggiacciono alla legislazione di New York.

E poiché l’amministrazione Trump non riconosce più da inizio 2019 il regime di Maduro, bensì il presidente Juan Guaido, leader delle opposizioni, formalmente le azioni legali contro il primo non avrebbero validità in suolo USA, mentre quelle eventualmente intraprese contro il secondo non risulterebbero efficaci, non disponendo il governo parallelo delle risorse finanziarie con cui provvedere ai pagamenti.

Tuttavia, la sospensione dei procedimenti giudiziari contro Caracas rischia di rivelarsi un boomerang per i creditori che la accettassero nella speranza di un accordo futuro di ristrutturazione. Anzitutto, perché non verrebbe riconosciuta dalla giustizia americana e i relativi pagamenti, ammesso che un giorno Caracas riuscisse ad effettuarli, sarebbero bloccati. E poi, in cambio di cosa? Nulla si conosce di questa fantomatica offerta, vale a dire quanto e quando il regime avrebbe in mente di pagare. I creditori che aderissero all’offerta potrebbero ritrovarsi in futuro senza alcun diritto sulle cedole non riscosse, avendo fatto trascorrere infruttuosamente il triennio prima della prescrizione, e senza nemmeno avere ottenuto concessioni apprezzabili sul fronte del recupero di parte consistente del capitale investito.

Comunque sia, nessuna ristrutturazione del debito venezuelano risulta ad oggi possibile, non solo a causa delle sanzioni finanziarie americane imposte a Caracas, ma anche per via dello stato disastroso in cui versa l’economia domestica, decimata da anni e anni di paurosa recessione. Pensate soltanto che le estrazioni di petrolio, unica risorsa nei fatti esportata, si stiano azzerando, tornate ai minimi da 80 anni a questa parte. E senza greggio non esistono dollari per pagare i creditori stranieri, anzi nemmeno per importare i beni di prima necessità.

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