Ricorso al MES conveniente o il miglioramento dei BTp induce alla prudenza?

I rendimenti sovrani dell'Italia si sono abbassati di molto negli ultimi mesi, pur restando i più alti nell'Eurozona. Ecco le ripercussioni sui fondi sanitari del Meccanismo Europeo di Stabilità.

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I rendimenti sovrani dell'Italia si sono abbassati di molto negli ultimi mesi, pur restando i più alti nell'Eurozona. Ecco le ripercussioni sui fondi sanitari del Meccanismo Europeo di Stabilità.

I rendimenti del BTp a 10 anni sono scesi al nuovo minimo storico dello 0,80%. Mai l’Italia su questa scadenza aveva speso così poco per indebitarsi. In pratica, su un’emissione di 1 miliardo, il Tesoro oggi come oggi pagherebbe interessi annuali per appena 8 milioni di euro. Pochissimi, pur restando i più alti di tutta l’Eurozona, insieme a quelli della Grecia. Pensate che in aprile, avremmo speso circa 20 milioni, oltre il doppio. Il miglioramento dei titoli di stato italiani sta riducendo la necessità avvertita di ricorrere al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), che a Roma erogherebbe fino a 36 miliardi per i fondi sanitari e senza condizioni, se non l’utilizzo dei proventi per finalità connesse “direttamente e indirettamente” alla sanità.

Un prestito del MES a 10 anni ci costerebbe oggi poco più di zero, qualcosa come lo 0,10%. Questo, perché il MES gode del rating tripla A, il massimo previsto dalle agenzie di valutazione. Il debito pubblico italiano, invece, ha giudizio di poco superiore a “junk” o “spazzatura”, per cui viene considerato sul mercato molto più richioso.

Sul piano prettamente ragionieristico, nessun dubbio che ci converrebbe prendere a prestito i fondi del MES, risparmiando sui 250 milioni all’anno, nel caso prendessimo dall’ente il massimo della somma stanziata a nostro favore. Ma il MES comporta un costo “politico” non perfettamente calcolabile a priori, nonché possibili conseguenze anche sul piano finanziario.

Cosa serve al BTp Italia per renderlo una vera alternativa al MES

I possibili costi del MES

Il primo consisterebbe nella sottomissione ai desiderata degli altri governi dell’Eurozona, i quali nella loro qualità di creditori avrebbero più che diritto di sindacare sul modo in cui spendiamo i “loro” soldi.

Non si tratta tanto di salvaguardare il concetto astratto di “sovranità” nazionale, quanto di capire che da soggetto debitore la posizione di Roma nell’area si affievolirebbe nei confronti dei partner. E questo, tralasciando il fatto che sarebbe possibile per qualsiasi governo dell’area richiedere il ripristino delle condizioni ordinarie a carico dell’Italia, specie nel caso in cui la fiducia nei confronti di Roma dovesse scemare ulteriormente.

Secondariamente, la richiesta di attivazione del MES rischia di alimentare il cosiddetto “effetto stigma” ai danni dell’Italia. I mercati si chiederebbero se l’iniziativa non sia frutto della disperazione del Tesoro, se abbia senso comprare il debito sovrano di uno stato costretto a ricorrere ai prestiti internazionali per abbattere i costi di emissione. I rendimenti salirebbero e paradossalmente vedremmo deteriorare le nostre condizioni finanziarie e fiscali.

Capite bene che il dibattito sul MES sia inficiato da una voluta ideologizzazione da una parte e dall’altra. Chi gioca a fare l’euro-scettico dice di “no” a prescindere, chi a fare l’europeista scalpita per attivarne i prestiti. Dovremmo chiederci se, a fronte di quanto appena scritto, abbia realmente senso dilaniarsi su risparmi massimi potenziali fino a 250 milioni di euro, che a bilancio non inciderebbero che per un impercettibile 0,014% del pil 2019. Il vero salvataggio ci è stato offerto dalla BCE in questi mesi, che acquistando bond e iniettando liquidità come mai prima ha quasi spento il rischio sovrano, consentendoci di ri-finanziarci sui mercati a costi che avremmo sognato persino nelle fasi positive per la nostra economia.

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