‘Reverse yankee’ per trovare l’alfa sul mercato obbligazionario in euro

Boom di emissioni in euro da parte di società americane. Interessanti le condizioni offerte da questi bond, pur con qualche cautela da adottare,

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Boom di emissioni in euro da parte di società americane. Interessanti le condizioni offerte da questi bond, pur con qualche cautela da adottare,

Alla metà di dicembre del 2019, le emissioni di bond “reverse yankee” ammontavano a 93 miliardi di euro, il 27% del totale di 346 miliardi emessi in obbligazioni corporate e con rating “investment grade” in euro. Rispetto all’anno precedente, si è trattato di un importo quadruplicato.

Che cosa sono i bond “reverse yankee”? Titoli del debito emessi da società americane in euro o altre valute diverse dal dollaro, nel primo caso spesso tramite le sussidiarie con sede nell’Eurozona per approfittare del “quantitative easing” della BCE. Francoforte è tornata ad acquistare assets per un controvalore mensile di 20 miliardi dal novembre scorso. Nel programma rientrano anche le obbligazioni societarie in euro, purché emesse formalmente da società con sede nell’area.

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Come mai questo ritrovato interesse negli USA per l’indebitamento in euro? Contrariamente alle previsioni, dal 2019 la moneta unica è tornata a deprezzarsi contro il dollaro e i rendimenti di titoli di stato e corporate in essa denominati sono letteralmente precipitati lungo l’intera curva, spesso segnando nuovi record minimi. E così, oggi un bond con rating “investment grade” offre mediamente lo 0,37% di rendimento dopo essersi apprezzato di oltre il 5% nell’ultimo anno, quando negli USA nemmeno il debito con rating tripla “A” si avvicina a tali livelli infimi, rendendo mediamente il 2,26%; e i titoli “BBB” superano il 2,90%.

La difforme politica monetaria tra Federal Reserve e BCE, frutto a sua volta di cicli economici sfasati, ha reso molto più economico indebitarsi in euro che in dollari e, fatto salvo il rischio di cambio, molte società americane ne stanno approfittando per rifinanziarsi a costi bassissimi. Si pensi a una multinazionale come Colgate-Palmolive, che lo scorso anno ha emesso bond in euro a scadenze medio-lunghe e lunghe. Il suo bond con scadenza 6 marzo 2026 e cedola 0,50% (ISIN: XS1958646082) ieri rendeva il -0,03%, mentre quello con scadenza 6 marzo 2034 e cedola 1,375% (ISIN: XS1958648294) viaggiava allo 0,53%. Nulla, in confronto con l’1,62% offerto dal bond in dollari che scade tra meno di 3 anni (1 febbraio 2023) e con cedola 1,95% (ISIN: US19416QEA40).

Opportunità per chi investe

Emettendo nuovo debito in euro, anziché in dollari, le società a stelle e strisce stanno sia spuntando costi più bassi sul mercato, sia allungando le scadenze medie dei loro debiti. Per quanto sia di nostro interesse, queste emissioni “reverse yankee” creano potenzialità di guadagno per noi investitori dell’Eurozona. Anzitutto, possiamo affacciarci sul mercato americano, differenziando il portafoglio, senza nemmeno sobbarcarci il rischio di cambio. Secondariamente, questi titoli spesso esibiscono spread maggiori di quelli emessi da società europee con rating e scadenze simili. Questo, perché per gli investitori dell’Eurozona, fonte principale di domanda di bond in euro, risulta più immediato valutare l’andamento di una società con sede nell’area, nonché delle condizioni macro in cui opera.

Nelle scorse settimane, CreditSights calcolava in +25 punti base lo spread offerto dai “reverse yankee” di durata tra 7 e 10 anni rispetto agli omologhi europei e oggetto di potenziali acquisti BCE. In altre parole, investire in questi titoli renderebbe un po’ di più, ceteris paribus, specialmente se le emissioni non avvengano tramite sussidiarie con sede nell’unione monetaria e, pertanto, non possano rientrare nel QE di Francoforte. L’unico fattore specifico su cui consigliamo di porre attenzione è quello settoriale: il ciclo economico americano è abbastanza maturo dopo 11 anni di crescita ininterrotta e, pertanto, occhio a inserire in portafoglio bond emessi da società attive in comparti ciclici, a meno di puntare su scadenze più lunghe e non su rivendite speculative nel breve termine.

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