Rendimento eurobond 9 marzo 2020 al 1.600%, la quotazione precipita

Le obbligazioni sovrane in dollari del Libano crollano sulle voci di una imminente ristrutturazione e sull'apertura di un'indagine a carico delle banche locali e relativa alla vendita dei bond agli investitori stranieri. I rendimenti esplodono.

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Le obbligazioni sovrane in dollari del Libano crollano sulle voci di una imminente ristrutturazione e sull'apertura di un'indagine a carico delle banche locali e relativa alla vendita dei bond agli investitori stranieri. I rendimenti esplodono.

Crollo verticale sul mercato obbligazionario per gli eurobond del Libano. Mercoledì, la scadenza 9 marzo 2020 e cedola 6,375% (ISIN: XS0493540297) è precipitata di 20 centesimi, scendendo a quota 54. Per contro, il rendimento annualizzato è letteralmente esploso, arrivando alla bellezza del 1.600%. E proprio questa obbligazione si trova nell’occhio del ciclone, perché ancora il governo non ha deciso se rimborsare gli 1,2 miliardi di dollari dovuti ai creditori tra due settimane e mezza, oppure se procedere a una ristrutturazione ed eventualmente di che tipo. Ad avere pesato sono state le parole del presidente del Parlamento, lo sciita Nabih Berri, figura di rilievo nel panorama politico a Beirut, che in TV ha dichiarato che a suo avviso una ristrutturazione di questo bond sarebbe la “soluzione ideale”.

Non è tutto. La Procura di Beirut ha aperto un’indagine a carico di alcune banche libanesi sulle cessioni delle suddette obbligazioni agli investitori stranieri e, in particolare, a fondo britannico Ashmore. A quest’ultimo sarebbero stati venduti, in queste settimane, titoli in scadenza a marzo per complessivi 500 milioni di dollari di valore. Poiché risultava già in possesso del 25% di tutti gli eurobond libanesi e anche di quello di imminente scadenza, se fosse vero sarebbe come affermare che Ashmore deterrebbe oggi circa i due terzi del bond di marzo, per cui sarebbe titolare di un potere negoziale elevatissimo nei confronti del Tesoro.

La vendita massiccia dei bond in dollari da parte delle banche sarebbe avvenuta dopo che a gennaio il governo aveva balenato l’idea di procedere al pagamento a favore dei soli creditori esteri, puntando allo “swap” con obbligazioni di maggiore durata per i creditori domestici, sostanzialmente le banche. Il ministro delle Finanze, Ghazi Wazni, indietreggiò sulla proposta, a seguito dell’avvertimento di Fitch, secondo cui una simile operazione avrebbe costretto a una revisione del rating sovrano al livello di “default selettivo”.

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Ristrutturazione passo obbligato

Quest’anno, dovranno essere rimborsati bond in dollari per 2,5 miliardi. Ammesso che il governo fosse capace di superare la scadenza di marzo, già il 14 aprile si troverebbe a sborsare altri 700 milioni per un secondo debito, la cui quotazione è crollata anch’essa sui 54 centesimi nella seduta di mercoledì, facendo impennare il rendimento offerto al 600%. E a giugno arriverebbe un terzo eurobond da 600 milioni, la cui quotazione è scesa in area 50 centesimi, corrispondente a un rendimento annualizzato di oltre il 300%.

Le banche libanesi risultano titolari di circa il 35% degli eurobond emessi dal paese dei cedri, cioè di circa 14 miliardi di dollari. Un altro 43% sarebbe in mano alla banca centrale, per cui all’estero sarebbe stato piazzato ben poco e ciononostante crescono le preoccupazioni tra gli analisti sulla tenuta finanziaria di Beirut. Infatti, le riserve valutarie sono ridotte al lumicino e utilizzarle per il pagamento dei debiti con i creditori esteri sarebbe impopolare, oltre che uno spreco di risorse, qualora dovesse rendersi comunque necessaria una qualche ristrutturazione tra qualche mese. La lira sul mercato nero scambia a 2.400 contro il dollaro, il 40% più debole del cambio ufficiale fisso di circa 1.500.

Se il Libano riuscisse ad ottenere aiuti internazionali, tra cui del Fondo Monetario Internazionale, quasi certamente dovrebbe svalutare il cambio come una delle principali misure per attuare l’agenda delle riforme che gli verrebbe nei fatti imposta. L’impatto sulle famiglie sarebbe doloroso, a causa dell’esplosione dell’inflazione, ma non risultano possibili alternative sensate. E poiché circa il 40% del debito pubblico, a sua volta a circa il 155% del pil, risulta contratto in valuta estera, un simile passo costringerebbe il governo a procedere con una contestuale ristrutturazione, anche in forma di “haircut”, la misura più temuta dagli investitori e che andrebbe maneggiata con cura, rischiando altrimenti di colpire a morte il sistema bancario nazionale e un attimo dopo l’intera economia.

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