'Rendimento BTp sotto il 2%, ecco fino a quando dura il rally-

Rendimento BTp sotto il 2%, ecco fino a quando dura il rally

I rendimenti a 10 anni del BTp sono scesi sotto il 2% per la prima volta sotto il governo Conte. E tutta la curva delle scadenze si sta sgonfiando. Ecco fino a quando questa corsa dei prezzi potrà durare.

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I rendimenti a 10 anni del BTp sono scesi sotto il 2% per la prima volta sotto il governo Conte. E tutta la curva delle scadenze si sta sgonfiando. Ecco fino a quando questa corsa dei prezzi potrà durare.

Il rendimento decennale del nostro BTp è sceso ieri sotto il 2% per la prima volta dal 18 maggio dello scorso anno. In chiusura di seduta, si è attestato all’1,96%, praticamente riportandosi ai livelli precedenti all’avvio delle trattative tra Movimento 5 Stelle e Lega per la nascita del governo Conte. Alla riapertura odierna, è sceso ulteriormente all’1,90%. E’ sempre l’effetto Draghi, con il mercato ad attendersi ormai con certezza un taglio dei tassi da parte della BCE, riguardante i depositi overnight delle banche, oltre alla riattivazione degli acquisti netti di assets con il “quantitative easing”. Sembra scontato che la politica monetaria nell’Eurozona venga allentata ulteriormente prima che il governatore Mario Draghi completi il suo mandato in ottobre. Ciò sta facendo collassare i rendimenti sovrani in tutta l’area, con il decennale spagnolo allo 0,37%, quello portoghese allo 0,40% e persino quello della Grecia precipitato al nuovo minimo storico del 2,30%.

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Anche sul tratto a breve delle scadenze si registra un tonfo dei rendimenti italiani. Il BTp a 2 anni offre lo 0,05%, il quinquennale l’1,05%, quando a maggio l’uno era arrivato allo 0,75% e l’altro all’1,85%. Insomma, tutta la curva si sta sgonfiando e di questo passo il biennale scivolerà nuovamente in territorio negativo come lo era fino al maggio 2018. La scadenza più lunga, il BTp 2067, a malapena ormai rende il 3%, mentre il trentennale è sceso in area 2,80%.

Fino a quando durerà questo rally? Essendo stati già scontati, non saranno i nuovi stimoli della BCE a sostenere il prosieguo della corsa obbligazionaria nell’Eurozona, quanto la loro durata e intensità. Ad esempio, i mercati sono divisi sull’entità del taglio dei tassi, vale a dire se Francoforte li ridurrà più volte e cumulativamente di quanto, nonché se il QE2 avrà vita breve (6 mesi?) e a quanto ammonterà mensilmente (30 miliardi?).

Le risposte a queste domande non possono essere preconfezionate e la stessa BCE si terrà flessibile sul punto, con ogni probabilità, reagendo di volta in volta ai dati macro.

L’inflazione tedesca comanda

Ecco, il vero dato a cui guardare sarà nei prossimi mesi quello sull’inflazione in Germania. Più velocemente si avvicinerà al target di poco inferiore al 2%, meno intensi e duraturi gli stimoli BCE. A giugno, la crescita tendenziale dei prezzi tedeschi è stata dell’1,6%, in accelerazione dall’1,4% di maggio. La prima economia europea è in piena occupazione e ciò crea dinamiche macro differenti che nella stragrande maggioranza dei paesi dell’Eurozona. Più facile che qui si registrino pressioni salariali di stimolo dei prezzi, anche se il forte rallentamento del pil negli ultimi trimestri è stato proprio la molla che ha spinto Francoforte ad annunciare l’arrivo di nuovi stimoli.

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In altre parole, lo spread e i rendimenti italiani sono legati indirettamente all’andamento dell’economia tedesca, che influenza le decisioni della BCE per il fatto di essere la prima e trainante dell’area, oltre che per il peso politico che Berlino possiede. Insomma, una fortunata coincidenza starebbe consentendoci di superare piuttosto bene sui mercati questa fase turbolenta di nuove tensioni tra Italia e Commissione europea sulla procedura d’infrazione per debito eccessivo. Certo, i rendimenti italiani restano i secondi più alti dopo la Grecia, ma i nostri conti pubblici possono ugualmente tirare un sospiro di sollievo, se è vero che ci stiamo avviando a pagare per le prossime emissioni del Tesoro sostanzialmente quanto negli ultimi mesi del governo Gentiloni.

La divergenza tra Italia e Germania sul piano macro e, in particolare, sull’inflazione fu alla base della crisi dello spread nel 2011. Allora, la BCE dovette fare i conti con una crescita dei prezzi tedeschi in accelerazione fin sopra il target e subì pressioni per alzare i tassi, cosa che fece deflagrare i nostri rendimenti.

Dalla fine di quell’anno e fino a inizio 2015, l’inflazione in Germania decelerò, consentendo all’istituto di varare una manovra accomodante su tassi e QE, oltre che tramite aste T-Ltro. Non a caso, i toni iniziarono a cambiare solo quando tra il 2016 e il 2017, si ebbe un’accelerazione dell’inflazione tedesca verso il 2%, soglia superata per qualche mese nel corso del 2018.

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