Rendimenti reali americani a 10 anni “positivi” per la prima volta dal 2020

I rendimenti reali americani per la scadenza a 10 anni sono saliti ieri in territorio positivo per la prima volta dal 2020. Cosa significa?

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Rendimenti reali americani positivi per la prima volta dal 2020

Lo direste mai che con un’inflazione all’8,5% i rendimenti reali dei bond americani siano saliti ieri, pur per poco, in territorio positivo? E’ accaduto nel corso della seduta di ieri. Il Treasury a 10 anni, ad un certo punto, ha toccato il rendimento del 3%. Nel medesimo momento, il “breakeven” decennale si attestava al 2,95%. Di cosa stiamo parlando? Del differenziale di rendimento tra il Treasury a 10 anni con cedola fissa e TIPS sempre a 10 anni, ossia il bond con cedola indicizzata all’inflazione. Esso capta le aspettative d’inflazione del mercato da qui al prossimo decennio. In altre parole, ieri i rendimenti americani a 10 anni sono arrivati a salire sopra il livello atteso d’inflazione fino al 2032.

Mentre scriviamo, il Treasury a 10 anni offre il 2,87% e il “breakeven” si attesta al 2,95%. Dunque, i rendimenti reali americani sarebbero leggermente negativi per questa scadenza. L’ultima volta che erano saliti in territorio negativo era stato nel 2020, cioè a pandemia da poco iniziata. All’inizio dell’anno, i rendimenti reali a 10 anni erano negativi per circa lo 0,9% negli USA. Cosa significa questo trend? Il mercato sta pretendendo rendimenti nominali sempre più alti e tali oramai da compensare perfettamente la perdita attesa del potere d’acquisto.

Rendimenti reali americani restano negativi

Un altro segnale a cui porre attenzione è proprio il tasso d’inflazione attesa. Al 2,95% risulta di gran lunga inferiore all’attuale 8,5%. Questo vuol dire che il mercato confida che la Federal Reserve sia in grado di garantire presto la stabilità dei prezzi, pur restando la loro crescita media annua superiore al target del 2%. Va sottolineato come da inizio anno l’inflazione decennale attesa sia salita molto parzialmente, cioè di appena lo 0,4%.

E ciò, nonostante l’inflazione americana attuale sia salita dal 7% del dicembre scorso. In altre parole, le aspettative si sono “surriscaldate” di poco più di un quarto rispetto alle variazioni tendenziali effettive dei prezzi nel periodo considerato.

Il fatto che i rendimenti reali americani siano ormai sostanzialmente nulli rispetto all’inflazione attesa dà forza al dollaro. Non a caso, esso guadagna mediamente l’11% contro le principali valute mondiali nell’ultimo anno. Intendiamoci, essi rimangono estremamente negativi in rapporto all’inflazione attuale: -5,6%. Ad ogni modo, in Germania va peggio con il -6,4%. Nell’Eurozona un rialzo dei tassi BCE non è ancora ufficialmente in programma, sebbene ormai sia largamente scontato sui mercati sin dai prossimi mesi. Resta da vedere, infine, se davvero la stretta monetaria della FED sarà capace di contenere l’inflazione americana in breve tempo. Se così non fosse, il “breakeven” tornerebbe a salire e con esso forse anche i rendimenti nominali.

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