Rendimenti nell’Area Euro dopo la fine del “quantitative easing”, ecco come sono cambiati

Vediamo cos'è accaduto ai rendimenti dei titoli di stato nell'Eurozona dopo la fine del "quantitative easing" e cosa ci suggerisce per il prossimo futuro.

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Vediamo cos'è accaduto ai rendimenti dei titoli di stato nell'Eurozona dopo la fine del

Il “quantitative easing” è cessato dall’inizio di quest’anno, anche se prosegue in forma di reinvestimenti dei proventi derivanti dalle scadenze dei titoli acquistati dal marzo 2015 e in pancia alla BCE. Secondo i timori degli analisti, la cessazione del piano avrebbe potuto provocare un’impennata dei rendimenti sovrani. A tre mesi e mezzo di distanza, possiamo affermare il contrario. La fine del QE non ha coinciso con alcun rincaro dei debiti sovrani, nemmeno di quello italiano, pur percepito più a rischio, anche perché paradossalmente Francoforte si è mostrata più “dovish” subito dopo avere posto fine agli acquisti netti degli assets, dovendo fare i conti con un’economia nell’Area Euro in rallentamento e un tasso medio d’inflazione che si allontana dal target del 2%, tendendo all’1%.

I tassi negativi di Bund li pagano gli inquilini in Germania

La curva delle scadenze si è sgonfiata ovunque, persino in Grecia, dove ormai i decennali offrono il rendimento più basso da 13-14 anni. Il grafico fornitoci dalla BCE e relativo a tutti i titoli indifferentemente dal loro rating ci segnala che i rendimenti sovrani nell’area risultano essere lievitati, pur di poco, fino ai 2 anni, mentre sono scesi tra 2 ai 19 anni, tornando a crescere per scadenze superiori. Se consideriamo i soli bond con rating “AAA”, praticamente quelli emessi da Germania, Olanda e Lussemburgo, notiamo un andamento differente: i rendimenti sono scesi quest’anno per le scadenze superiori ai 3 anni, mentre fino ad allora sono un po’ aumentate.

Sulla base dei dati dell’istituto, abbiamo ricavato quanto segue: lo spread tra titoli con rating tripla “A” e la generalità dei bond nell’area sarebbe diminuito lungo l’intera curva, anche se metodologicamente non siamo in grado di assicurarlo su due piedi, in quanto la BCE fornisce solo i dati complessivi e dei bond più solidi, non anche quelli relativi ai soli bond diversi dalla tripla “A”. Ad ogni modo, sul tratto a 2 anni il differenziale tra le due categorie è sceso dai 77 punti base di inizio anno ai 69 di ieri; sui 5 anni, siamo passati dai 92 ai 70 bp e sui 10 anni da 113 a 77.

Va da sé che il divario si sia, invece, leggermente ampliato per scadenze superiori ai 19 anni.

Cosa suggerisce questo andamento?

Che cosa segnalerebbe questo trend? Il mercato è tornato vistosamente a rifugiarsi nel comparto obbligazionario, man mano che la pubblicazione dei dati macro per l’Eurozona ha confermato che vi è in corso un rallentamento deciso dei suoi tassi di crescita. Poiché i rendimenti della Germania, l’unico paese con la tripla “A” che sostanzialmente rileva ai fini quantitativi, erano già negativi fino agli 8-9 anni all’inizio dell’anno, gli investitori hanno optato maggiormente per acquistare titoli “non core”, i quali esitavano e continuano ad esitare rendimenti superiori e positivi. In questo modo, hanno potuto tutelarsi dai rischi senza incorrere in maggiori perdite.

Perché i Bund della Germania avrebbero perso la funzione di segnale su tassi e cambio nell’Eurozona

Tuttavia, le variazioni ci suggeriscono anche che, nel caso dei bond semi-periferici, gli acquisti sarebbero avvenuti a discapito delle scadenze più lunghe, mentre per Bund e omologhi olandesi e lussemburghesi hanno riguardato un po’ tutta la curva sopra i 3 anni. Infine, sul perché siano state snobbate le scadenze più brevi possiamo ipotizzare che sia dovuto ai rendimenti negativi piuttosto marcati un po’ in tutti i mercati, tranne quelli di Italia e Grecia, ma anche probabilmente a una carenza complessiva di offerta che caratterizza particolarmente i titoli tedeschi. I titoli più longevi non core hanno risentito, invece, probabilmente dei maggiori rischi di volatilità attesa con il rialzo dei tassi. Sulla base di questi dati, non è difficile immaginare che nel caso di ripristino del QE, la BCE si ritroverebbe con l’esigenza di apportare modifiche tecniche al piano di acquisti, altrimenti le sarebbe molto difficile implementarlo.

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