Rendimenti in Turchia ai minimi dal 2017, sui bond rischio di eccessiva euforia

Bond in Turchia in ripresa, con rendimenti ai minimi dal 2017. La stabilità della lira aiuta, dopo i crolli dei mesi scorsi, ma non tutti i dati macro giustificano gli acquisti.

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Bond in Turchia in ripresa, con rendimenti ai minimi dal 2017. La stabilità della lira aiuta, dopo i crolli dei mesi scorsi, ma non tutti i dati macro giustificano gli acquisti.

Scendono ai minimi dal 2017 i rendimenti sovrani in Turchia. Il bond a 10 anni offre oggi l’11,26%, il livello più basso da 27 mesi, mentre quello a 2 anni si attesta al 10,83%, ai minimi 31 mesi. Il primo sfiorava il 20% nel maggio scorso, il secondo il 25%. E non che siano mancate le tensioni finanziarie nelle ultime settimane, specie dopo lo scontro tra USA e Iran sull’uccisione del generale Qassem Soleimani per mezzo di un raid americano. Dopo avere toccato il punto più basso da 8 mesi, però, la lira turca è tornata a rafforzarsi di quasi il 2%.

Bond Turchia da vendere o comprare con le tensioni USA-Iran?

A dicembre, l’inflazione è risalita all’11,84%, un livello superiore alle attese degli analisti e che, in teoria, non lascerebbe spazi di manovra alla banca centrale per continuare a tagliare i tassi, già al 12%. Il rischio è che al board di questo giovedì, il governatore Murat Uysal si trovi un po’ costretto dal governo ad allentare ulteriormente la politica monetaria, ma stavolta indisponendo i mercati e affievolendo il tasso di cambio. Se accadesse, sarebbe un brutto segnale per i bond, quando già i dati macro non paiono così rassicuranti. E a quanto pare, il mercato si attenderebbe un altro taglio dei tassi nell’ordine di almeno 100 punti base e una contestuale discesa dell’inflazione di pari entità.

Ma a novembre, per la prima volta dopo 4 mesi, le partite correnti hanno chiuso in deficit di mezzo miliardo di dollari. Nello stesso mese, la bilancia commerciale ha segnato un deficit di 2,2 miliardi, per cui gli afflussi netti di capitali in Turchia si sarebbero attestati in area 1,7 miliardi, la metà di ottobre e in forte calo anche rispetto ai quasi 4,5 miliardi di settembre.

In poche parole, Ankara sarebbe sempre meno allettante per i capitali esteri. Resta da vedere se il trend prosegua nei mesi successivi o se sia già stato scontato dal cambio, che proprio tra inizio agosto e inizio gennaio aveva perso l’8,3% contro il dollaro.

Prudenza d’obbligo sui bond turchi

Il recupero di questi giorni non dovrebbe trarre in inganno. A intervenire a sostegno della lira sarebbero le banche statali, le quali tipicamente vendono assets in dollari ed euro per cercare di rafforzare il cambio. La mossa può anche rivelarsi vincente nel brevissimo termine, ma da sola non regge alla lunga, perché in assenza di afflussi netti di capitali, non vi sarebbero più riserve valutarie a cui attingere per sostenere la valuta. Questo, per mettervi sull’attenti su un’eccessiva euforia che starebbe attecchendo con riguardo al mercato obbligazionario turco.

I titoli della Turchia continuano a salire tra attacchi ai curdi e taglio dei tassi

Le fonti di tensione per il paese non mancheranno nei prossimi mesi, siano esse di natura geopolitica (Iran, Siria, Libia, USA, etc.) o economico-finanziaria (petrolio, inflazione, crescita). Il fattore decisivo resta la stabilità del cambio, senza la quale i capitali esteri difficilmente si fideranno dei bond turchi, anche a fronte di rendimenti a doppia cifra e in un ambiente di rendimenti perlopiù azzerati e negativi sui mercati avanzati. E il rialzo del greggio non sarebbe un segnale positivo per la lira, a causa dell’elevata dipendenza energetica di Ankara. La riunione del board della banca centrale di questa settimana ci fornirà qualche indicazione interessante sulla strada che la Turchia intende percorrere da qui a breve. Solo una stabile discesa dell’inflazione innescherebbe quel circolo virtuoso da giustificare gli acquisti di titoli sul mercato a reddito fisso.

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