Rendimenti in Turchia ai massimi da 6 mesi, non basta il QE della banca centrale

La crisi internazionale provocata dall'emergenza Coronavirus sta colpendo anche la Turchia, dove i bond crollano e i rendimenti s'impennano, malgrado gli acquisti della banca centrale, rimasta con scarse riserve valutarie.

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La crisi internazionale provocata dall'emergenza Coronavirus sta colpendo anche la Turchia, dove i bond crollano e i rendimenti s'impennano, malgrado gli acquisti della banca centrale, rimasta con scarse riserve valutarie.

In Turchia, gli investitori continuano a vendere titoli di stato, con deflussi stimati in 6,72 miliardi di dollari nelle 14 settimane al 27 marzo scorso. La quota detenuta dagli investitori stranieri è scesa al 6,8%, quando alla fine di gennaio si attestava ancora al 10%. Ed essenzialmente, essi risultano in possesso di eurobond, di cui posseggono il 55% del totale, pari a 45 miliardi di dollari, che si confrontano con gli appena 10 miliardi investiti in bond sovrani in lire turche e i 40 miliardi di eurobond corporate. Non è difficile capire perché la preferenza sia nettamente a favore dei titoli denominati in valute pesanti. La lira turca quest’anno ha perso un altro 12%, scambiando ai livelli più deboli di sempre.

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Per contro, la banca centrale di Ankara ha innalzato gli acquisti di bond governativi in valuta locale a 9,3 miliardi di lire, pari a 1,27 miliardi di euro. Eppure, i rendimenti lungo la curva non fanno che crescere. Il decennale offre il 14,20%, il livello più alto dall’ottobre scorso, ossia da circa 6 mesi a questa parte. A fine gennaio, si attestava ancora al 9,86%. Male anche il biennale al 12,65%, anch’esso ai massimi da sei mesi e in forte rialzo dal 9,87% di fine gennaio scorso.

Possiamo notare come con la crisi provocata dal Coronavirus si sia registrato un allargamento dello spread tra il tratto medio-lungo e quello medio-breve della curva, cosa apparentemente illogica, perché rifletterebbe aspettative più ottimistiche sullo stato di salute dell’economia turca. In realtà, è probabile che siano stati gli acquisti della banca centrale ad allargare il differenziale di rendimento, concentrati evidentemente sulle scadenze medio-brevi.

Il fattore inflazione

La banca centrale ha tagliato i tassi al 9,75% e il mercato si attende che li riduca di altri 100 punti base al board del 20 aprile.

Nel frattempo, l’inflazione a marzo è scesa di poco, all’11,9%. In termini reali, quindi, i tassi turchi sono diventati ampiamente negativi e ciò sta alimentando i deflussi dei capitali, colpendo il tasso di cambio e facendo salire, anziché scendere, i rendimenti sovrani. Pessimo il dato di marzo della bilancia commerciale, che ha chiuso con un saldo passivo di 5,28 miliardi di dollari, circa due volte e mezzo i -2,17 miliardi registrati un anno prima. Infatti, le esportazioni sono crollate su base annua del 18%, mentre le importazioni sono aumentate del 2%, nonostante i beni petroliferi acquistati siano costati oltre 1 miliardo in meno di 12 mesi prima.

Se la decelerazione dell’inflazione proseguisse a ritmi più rapidi, probabile che la banca centrale riuscirebbe almeno ad arrestare i deflussi dei capitali, i quali hanno portato sottozero il livello delle riserve valutarie da fine febbraio, se considerate al netto delle operazioni “swap” e dell’oro. E l’istituto è rimasto in possesso solamente di 2,8 miliardi di dollari in Treasuries, dai 77 miliardi del 2014, i 53 del 2017 e i 28 dell’aprile 2019. Nell’ultimo biennio, quindi, segnala di avere impiegato elevate quantità di valuta straniera per contenere la debolezza del cambio e, di conseguenza, l’inflazione, riuscendovi solo in parte, sostanzialmente fino a quando non ha ceduto alle pressioni del presidente Erdogan ed è tornata ad allentare la politica monetaria con tagli dei tassi ingiustificati rispetto ai fondamentali macro. Da allora, sono crollate le riserve, l’inflazione ha ripreso vigore e i rendimenti sono risaliti.

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