Rendimenti BTp al collasso, ma ecco perché restano meglio dei conti correnti

I rendimenti dei titoli di stato italiani stanno crollando sulle attese del mercato per una politica monetaria BCE più espansiva, ma restano preferibili ai conti correnti. Ecco le ragioni.

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I rendimenti dei titoli di stato italiani stanno crollando sulle attese del mercato per una politica monetaria BCE più espansiva, ma restano preferibili ai conti correnti. Ecco le ragioni.

Continuano a collassare i rendimenti dei BTp, con la scadenza a 10 anni ad offrire oggi altri 10 punti base in meno di ieri, attestandosi al momento all’1,75%, ai minimi da 14 mesi, mentre quella a 2 anni rende negativamente, in area -0,02%. E il quinquennale è sceso sotto l’1%, sempre per la prima volta da inizio maggio 2018. E’ l’effetto BCE, con i mercati finanziari a dare praticamente per scontato l’annuncio nei mesi prossimi di un nuovo taglio dei tassi e il varo di un secondo ciclo di “quantitative easing”.

Nonostante tutto, i titoli di stato italiani restano i più remunerativi dell’Eurozona, Grecia a parte. I decennali tedeschi offrono sfiorano ormai il -0,40%, mentre quelli spagnoli sono crollati allo 0,23%, quelli portoghesi stanno poco sopra. Per quanto bassi, dunque, i nostri BTp offrono ancora rendimenti reali positivi per scadenze dal quinto anno insù, cosa che non accade nemmeno lontanamente con i bond del resto dell’area.

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Dai conti in banca ai BTp?

La principale alternativa sostanzialmente a rischio zero sarebbe di tenere i soldi in banca, versati su conti correnti o deposito. E’ quanto stanno facendo milioni di famiglie, con circa 1.525 miliardi di euro infruttiferi parcheggiati. Trattasi di risparmi remunerati da tassi ormai da anni azzerati e che, pertanto, non coprono nemmeno l’inflazione. Anzi, nella maggior parte dei casi non riescono a compensare nemmeno l’imposta di bollo, che sui conti correnti è pari alla somma fissa di 34 euro all’anno per giacenze medie sopra i 5.000 euro, mentre sui conti depositi è pari allo 0,2% della giacenza.

Tenuto conto che, stando all’ultimo rapporto mensile dell’Abi, i tassi medi offerti alla clientela sui conti deposito siano dello 0,33% e che, al netto dell’imposta di bollo, scendono allo 0,13%, già la scadenza a 3 anni dei BTp offre un rendimento oggi 3 volte superiore, senza considerare che scontano una minore tassazione del 12,50% contro il 26%. E come mai tutta questa liquidità dalle banche non si trasferisce ancora sui BTp? Gli italiani si tengono liquidi per paura del futuro e le eccessive attenzioni risposte negli ultimi anni ai titoli di stato ha seminato paure destituite di fondamento concreto.

Il clima sta mutando in meglio nelle ultime settimane, vuoi per effetto della BCE, vuoi anche per l’allontanarsi del rischio che venga aperta la procedura d’infrazione contro l’Italia per eccesso di debito.

Ma le famiglie non sono ancora convinte che la convenienza autorizzi a rischiare. E così, da quando Francoforte ha iniziato ad acquistare assets con il QE, si sono liberati dei BTp detenuti direttamente in portafoglio, scendendo attorno al 5% di peso, 3 volte meno rispetto a poco più di 4 anni fa, quando ancora, però, i tassi sui conti deposito si attestavano su livelli anche tripli di quelli odierni e per gli stessi conti correnti superavano quelli attualmente praticati sui conti deposito. Stavolta, quindi, il secondo round di QE potrebbe spingere i risparmiatori a tornare a investire in BTp, dato che i soldi in banca non solo non vengono più remunerati, ma anzi finiscono per essere zavorrati da commissioni e tassazione.

Investire in titoli di stato o lasciare i soldi in banca?

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