Rendimenti BTp ai minimi dalla nascita del governo Conte, solo merito di Draghi?

Rendimenti italiani ai minimi da fine maggio dello scorso anno, prima che nascesse il governo Conte. Ecco perché i mercati starebbe tornando ad apprezzare (un po') i nostri BTp.

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Rendimenti italiani ai minimi da fine maggio dello scorso anno, prima che nascesse il governo Conte. Ecco perché i mercati starebbe tornando ad apprezzare (un po') i nostri BTp.

E’ stata decisamente positiva la reazione dei mercati alla doppia notizia in arrivo dalla BCE, al termine della seconda riunione del board di quest’anno. La prima, piuttosto scontata, è che dal prossimo settembre (ci si aspettava intorno a giugno) verrà inaugurato un nuovo ciclo di aste T-Ltro, con cui saranno erogati prestiti mirati alle banche dell’Eurozona.

La seconda è stata una sorpresa: i tassi saranno tenuti fermi “fino alla fine del 2019”. Cambia, dunque, la “guidance” dell’istituto, che dallo scorso giugno era impostata su tassi stabili “fino all’estate 2019”. In altri termini, il varo della stretta monetaria è stato spostato in avanti di alcuni mesi, conseguenza dell’indebolimento del quadro macroeconomico dell’area.

Rating BTp, l’impatto possibile sui nostri titoli di stato tra rischio “downgrade” e outlook 

I rendimenti sovrani sono in calo in tutta l’Eurozona. I BTp a 10 anni offrono il 2,53%, quelli a 2 anni solo lo 0,13%, in entrambi i casi ai livelli più bassi dalla fine dello scorso maggio, prima che nascesse il governo “giallo-verde” di Giuseppe Conte, sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega. Giù anche lo spread BTp-Bund a 10 anni, sceso a inizio conferenza stampa di Mario Draghi in area 242 punti base, in questo casi ai minimi dalla fine del settembre scorso, prima che fosse presentata la manovra di bilancio dell’Italia con la fissazione del deficit-obiettivo al 2,4% per quest’anno, successivamente rivisto al 2%.

BTp tonici da settimane

Spread e rendimenti italiani si mostrano in calo da un paio di settimane a questa parte. Il 23 febbraio scorso, ad esempio, il decennale offriva il 2,88%. Cos’è accaduto da allora? Anzitutto, Fitch ha mantenuto inalterato il rating “BBB” con prospettive “negative”, quando si temeva un declassamento a “BBB-“, l’ultimo gradino perché il nostro debito sovrano venga considerato “investment grade”. La sorpresa è stata seguita nei giorni seguenti dalla pubblicazione di alcuni dati inaspettatamente positivi. Il pil nell’ultimo trimestre del 2018 è sì diminuito, facendo entrare la nostra economia “tecnicamente” in recessione per la terza volta dal 2008, ma dello 0,1% rispetto al terzo trimestre, non dello 0,2% segnalato dalle stime preliminari dell’Istat.

E il Pmi sui servizi è risalito sopra la soglia dei 50 punti a febbraio, mostrando un timido ritorno alla crescita dopo il calo di gennaio. E oggi, l’Istat ha pubblicato i dati sulle vendite al dettaglio a gennaio, risultate in crescita dello 0,5% mensile e dell’1,3% annuale, meglio del previsto.

Dunque, l’economia italiana starebbe un po’ meno peggio di quanto credessimo, anche se questo non significa che abbiamo un qualche motivo per compiere salti di gioia. Anche le apparenti schiarite tra USA e Cina sulle relazioni commerciali starebbero sostenendo l’umore dei mercati, facendo venire meno il timore di una “guerra” a colpi di dazi tra le principali economie mondiali. Certo, bisogna stare attenti a non esultare prima di avere letto i termini del possibile accordo tra Donald Trump e Xi Jinping, il quale potrebbe passare proprio sopra la testa dell’Europa, nel caso in cui l’America ottenesse dalla Cina maggiori acquisti di beni made in USA, ovviamente a discapito delle importazioni da altre aree del pianeta, tra cui la UE. Sarebbe un guaio per la Germania, in particolare, ma anche per paesi come l’Italia, tra le principali esportatrici del continente.

La curva dei BTp è diventata più ripida, perché il mercato si sposta verso le scadenze brevi? 

Il fattore politico

C’è stato, infine, un fattore più prettamente politico ad avere influito positivamente sui bond. Nelle ultime settimane, si è votato in Abruzzo e Sardegna e in tutte e due le regioni ha vinto di buon margine il candidato del centro-destra a trazione leghista, mentre il Movimento 5 Stelle ha subito un crollo dei consensi. Ciò ha rafforzato Matteo Salvini nei confronti di Luigi Di Maio. Ora, il mercato non è stato ad oggi un grande tifoso del ministro dell’Interno, anche se non vi sarebbe dubbio che rispetto al ministro dello Sviluppo opti per lui. L’agenda economica di Salvini fa molta meno paura, specie adesso che sono stati accantonati i sogni di uscita dall’euro e i toni muscolari contro la UE.

Essa si caratterizza per una impostazione “business-friendly”, come il taglio delle tasse e della burocrazia, nonché per una predilezione degli investimenti pubblici sulla spesa corrente, specie assistenziale (vedi il caso TAV).

Le elezioni europee spaventano meno gli investitori con riferimento all’Italia, in quanto oggi come oggi premierebbero proprio la Lega, a discapito dell’M5S. Quand’anche si arrivasse a una crisi di governo e si tornasse alle urne anticipate, vi sarebbero i numeri per una nuova maggioranza parlamentare tutta di centro-destra, con Salvini probabile premier. Se deve andarci un “populista” a Palazzo Chigi, meglio che sia quello meno sfavorevole ai mercati e che ci entri da solo, visto che l’alleanza tra i due opposti populismi non starebbe che allungando la lista della spesa per accontentare i rispettivi elettorali, dando vita a un’agenda senza direzione e, soprattutto, a una scarsa attenzione ai conti pubblici.

Aldilà dei livelli elevati e del tutto anomali in una fase come questa, i BTp non segnalano rischi imminenti, con lo spread 10/2 anni ad attestarsi ormai quasi stabilmente sui 240 punti, il più alto nell’area. E più ripida la curva delle scadenze, minori i rischi percepiti sui mercati, mentre più alto tende a mostrarsi il margine d’interesse delle banche, a beneficio del settore creditizio. Attenzione, però, perché la curva dei rendimenti sovrani non si è normalizzata, restando più gonfia di quella al 15 maggio scorso. Del resto, fino ad allora i BTp offrivano rendimenti sottozero per scadenze ai 2-3 anni, mentre oggi appena fino ai 9 mesi. Ad ogni modo, la direzione è quella giusta. Le buone notizie sul fronte monetario appena arrivate dalla BCE contribuirebbero a distendere il clima e a corroborare la timida fiducia ripresasi con dati macro superiori alle attese. A risultare maggiormente premiate sarebbero le scadenze più brevi, per via della necessità delle banche dell’area di fare incetta di bond da esibire a Francoforte come collaterale a garanzia dei prestiti richiesti.

Per questo, la curva dei BTp finirebbe per diventare ancora più ripida, oltre che più sgonfia. Sempre che la politica a Roma non combini nuovi pasticci.

Rendimenti e scadenze, curva invertita per alcuni BTp?

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