Rendimenti bond Turchia in rialzo sull’inflazione a gennaio

Rendimenti turchi a 2 anni scesi sotto il 10% venerdì scorso, ma in risalita oggi sul dato dell'inflazione a gennaio. E la lira turca si deprezza contro il dollaro ai minimi da 21 mesi.

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Rendimenti turchi a 2 anni scesi sotto il 10% venerdì scorso, ma in risalita oggi sul dato dell'inflazione a gennaio. E la lira turca si deprezza contro il dollaro ai minimi da 21 mesi.

Venerdì scorso, per la prima volta dal 14 novembre del 2016 i rendimenti a 2 anni delle obbligazioni di stato in Turchia sono scesi sotto il 10%, arrivando al 9,96%. Il ministro delle Finanze, Berat Albayrak, ha subito commentato soddisfatto, sostenendo che ciò sarebbe il frutto del taglio dei tassi della banca centrale, del rallentamento dell’inflazione e del miglioramento delle aspettative sui mercati per effetto del sostegno del governo all’economia. In effetti, il governatore Murat Uysal ha tagliato i tassi di 1.275 punti base dal settembre 2019, abbassandoli dal 24% a cui erano stati portati nel settembre 2018 per combattere l’alta inflazione, esplosa fino a un massimo di oltre il 25% nell’ottobre di due anni fa.

Bond Turchia, l’avvertimento di Moody’s con i tassi reali negativi

Nell’ottobre scorso, la crescita tendenziale dei prezzi crollava all’8,55%, offrendo teoricamente margini di manovra all’istituto, che li ha utilizzati per intero nei mesi successivi, tagliando i tassi all’11,25% a gennaio. Peccato, però, che nel frattempo l’inflazione sia risalita all’11,84% a dicembre e – questo è il dato odierno – al 12,15% a gennaio. Di fatto, i tassi d’interesse reali risultano al momento negativi dello 0,90% e questo non sta facendo bene al tasso di cambio, con la lira turca ad avere ceduto il 5,5% dalla fine del settembre scorso, attestandosi a 5,98, il livello più debole dal maggio scorso.

E così, oggi i rendimenti biennali si sono riportati alla doppia cifra, salendo al 10,20%, sostanzialmente alla pari con il 10,30% esitato dal bond a 10 anni, anch’esso risalito dal 9,86% toccato giovedì, ai minimi dal luglio 2017. Certo, l’outlook non depone a loro sfavore, se è vero che i “credit default swaps” a 5 anni siano scesi sotto i 240 punti base, ai minimi da maggio 2018, prima che esplodesse la tempesta finanziaria che travolse la lira turca.

Sulla base di questi dati, le probabilità attese di default per Ankara entro il quinquennio sarebbero del 4%.

Sguardo dei mercati sulla banca centrale

La banca centrale si attende per quest’anno un’inflazione media dell’8,2% e, in una certa misura, l’aumento dell’inflazione alla fine dello scorso anno era piuttosto scontata per il venir meno del confronto favorevole con i dati sull’inflazione negli stessi mesi del 2018. Tuttavia, adesso risulta davvero difficile immaginare che il governatore possa continuare a tagliare i tassi come nulla fosse. Dovrà attendere che i loro livelli ridiventino reali, altrimenti rischia di indisporre gli investitori e di impattare negativamente sul cambio, che qualche segnale allarmante inizia a darlo, essendo a un soffio da quota 6 contro il dollaro.

Se a febbraio, però, l’inflazione dovesse almeno portarsi sugli stessi livelli dei tassi d’interesse, probabile che la banca centrale segnali di voler procrastinare il ciclo di allentamento monetario nei mesi prossimi, sostenendo il mercato obbligazionario. La pressione del governo è forte in tal senso e gli investitori sono intimoriti proprio dalle sue interferenze nella condotta dell’istituto, che poi furono alla base delle vendite speculative sulla lira di due estati fa. Qualche sollievo immediato lo offrirebbe il calo del greggio, con il Brent oggi a prezzare poco più di 56 dollari al barile, ai minimi da 11 mesi. E per un’economia importatrice dei tre quarti del suo fabbisogno energetico, questa suona come un’ottima notizia.

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