Rendimenti bond e le mancate esenzioni di Trump alle sanzioni petrolifere contro l’Iran

Sulle esenzioni petrolifere contro l'Iran, il presidente americano Trump non rinnova le esenzioni per otto stati, tra cui l'Italia. Possibile contraccolpo per il mercato dei bond.

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Sulle esenzioni petrolifere contro l'Iran, il presidente americano Trump non rinnova le esenzioni per otto stati, tra cui l'Italia. Possibile contraccolpo per il mercato dei bond.

Il presidente americano Donald Trump non rinnoverà le esenzioni di cui hanno sinora beneficiato ben otto stati con riguardi alle sanzioni petrolifere contro l’Iran. Trattasi di Cina, Turchia, India, Corea del Sud, Giappone, Italia, Grecia e Taiwan. Questi ultimi tre, tuttavia, avevano iniziato ad allentare la dipendenza dalle importazioni di greggio da Teheran. Protesta la Cina, che ritiene che gli USA non avrebbero diritto di esercitare una “giurisprudenza estensiva”.

In pratica, l’America aveva concesso ai suddetti stati la possibilità di continuare ad importare petrolio dalla Repubblica Islamica, nonostante la comminazione delle sanzioni a partire dal novembre scorso. Tale mancato rinnovo sarebbe mirato, spiega la Casa Bianca, ad azzerare le esportazioni petrolifere iraniane, impedendo agli ayatollah di finanziare organizzazioni terroristiche come Hamas e Hezbollah.

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Immediata la reazione del mercato dell’oro nero, con le quotazioni del Brent ad essere salite fino a un massimo di 74,50 dollari e quelle del Wti che hanno sfiorato i 66 dollari, in entrambi i casi ai massimi da fine ottobre scorso. E ciò, nonostante Washington abbia rassicurato che USA, Arabia Saudita ed Emirati Arabi siano impegnati a garantire al mercato mondiale la corretta quantità di forniture.

La decisione rischia di avere effetti abbastanza diretti sui rendimenti obbligazionari di tutto il mondo. Vi ricordate il “sell-off” ai danni dei bond fino a metà dell’autunno scorso? Ebbene, in buona parte era stato sostenuto proprio dalla corsa del petrolio, che a inizio ottobre scorso si era portato fino a un massimo di oltre 86 dollari per ogni barile di Brent. Il rally era iniziato nella primavera precedente, quando più o meno un anno fa Trump aveva annunciato che quasi certamente avrebbe imposto sanzioni contro Teheran, ponendo fine all’accordo sul nucleare di fine 2015. Tuttavia, quando in ottobre lo stesso presidente concesse le esenzioni sopra citate, il mercato del greggio reagiva con rapide vendite, che sgonfiarono in poche settimane le quotazioni fino a un minimo di 50 dollari per il Brent e circa 45 per il Wti.

L’impatto sui bond

L’impennata delle quotazioni prima e il crollo dopo portarono rispettivamente a una lievitazione dei rendimenti dei bond governativi e corporate e a un loro decisivo ripiegamento. Il Treasury a 10 anni, ad esempio, arrivava al 3,25% agli inizi di novembre, salvo crollare fino al 2,48% nel gennaio scorso. Perché? Semplice, le aspettative d’inflazione si erano prima surriscaldate e successivamente raffreddate con le variazioni del greggio in un senso e nell’altro, passando dall’apice del 2,16% di maggio – e ancora stavano sopra il 2% a ottobre – e scendendo rapidamente a meno dell’1,50% a inizio 2019, stando al “breakeven” a 5 anni tra il Treasury con cedola fissa e quello con cedola legata all’inflazione.

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Dopodiché, il petrolio ha recuperato all’incirca il 40% e le aspettative d’inflazione si sono portate in area 1,85% negli USA, con il decennale ad essersi attestato intorno al 2,55%. Ciò è avvenuto per l’impegno più che ottemperato dall’OPEC + Russia e altri produttori minori di tagliare l’offerta petrolifera di altri 1,2 milioni di barili al giorno. L’Arabia Saudita, in particolare, ha fatto la sua parte con ben 1,3 milioni di barili al giorno di minore offerta da novembre, nonostante le pressioni di Trump per porre fine ai tagli, segnalando estremo disappunto proprio per la sua politica delle sanzioni morbide contro l’Iran, percepita come una presa in giro verso il regno. Probabile, quindi, che tra USA e Arabia Saudita vi sia stato uno scambio, in base al quale le esenzioni alle sanzioni verranno eliminate e Aramco tornerà ad accrescere la sua produzione.

Fino a quando il mercato non si renderà conto che ciò sarà avvenuto, però, le quotazioni petrolifere saliranno, magari testando i livelli massimi dell’ottobre scorso, con ciò sostenendo possibilmente le vendite dei bond, le quali riporteranno i rendimenti ai livelli autunnali, specie se nei prossimi mesi dovessimo assistere a tassi d’inflazione in crescita presso le principali economie avanzate.

Solo quando e se i sauditi dovessero potenziare le loro estrazioni, le quotazioni del greggio si sgonfieranno e con esse i rendimenti obbligazionari. Fino ad allora, il rischio di un nuovo “sell-off” ai danni dei bond sembra concreto.

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