Come il Peru è riuscito a mantenere il rating “investment grade” con il Covid e ora è a rischio

Il debito sovrano di Lima è uscito indenne dal Covid, ma la minaccia al suo giudizio arriva proprio in queste settimane

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Rating del Perù a rischio con le elezioni

Il 2020 è stato un anno nero per i debiti sovrani emergenti. Le agenzie internazionali hanno peggiorato il giudizio su decine di stati, ma il rating del Perù ne è uscito indenne. Secondo S&P e Fitch, Lima merita BBB+ e per Moody’s ben A3. Per fare un raffronto, l’Italia gode di giudizi peggiori e non vanta più da anni alcuna A tra i suoi rating.

Com’è stato possibile per il paese andino superare così positivamente questo anno a dir poco disgraziato? Di certo, tenendo il livello del debito pubblico sotto controllo. Se nel 2019, si attestava al 27% del PIL, a fine 2020 saliva al 35%, rapporto relativamente basso. Il deficit fiscale si è portato all’8,9%. Del resto, pochi mesi fa il Perù è stato in grado di emettere un bond a 100 anni in dollari con rendimento del 3,30%, il più basso mai spuntato da un paese emergente su questa scadenza.

Il decennale in valuta locale offriva il 3,5% a fine 2020. Numeri, che tipicamente associamo agli stati più ricchi. Ciò spiega perché il rating del Perù rimanga medio-alto. Ma le radici di questo andamento positivo vanno ricercate nel 2008. La crisi finanziaria mondiale creò sconquassi in tutto il pianeta e in quell’anno Lima strinse un accordo con la Banca Mondiale per studiare il modo di rendere il proprio debito pubblico più sostenibile.

Il piano per migliorare l’outlook del Perù

Grazie al sostegno dell’ente sul piano delle conoscenze, si arrivò a mettere mano ad alcune criticità del debito peruviano. Esso era denominato in sol per appena il 30%. E il suo mercato era scarsamente liquido. Il paese si attrezzò, passando gradualmente dalle emissioni in valute forti straniere ad emissioni sempre più domestiche.

Ma affinché il programma avesse successo e non sfociasse in un netto rialzo dei costi, fu deciso di ridurre il numero delle emissioni, concentrandole su alcune scadenze “benchmark”. In questo modo, i bond godevano di ordini maggiori per ciascuna scadenza, riducendo i rischi a carico degli stessi obbligazionisti.

Non solo. Il Perù apriva agli investitori stranieri, tra l’altro stringendo accordi con stanze di compensazione come Euroclear. I capitali dall’estero sono così affluiti in abbondanza. Infine, le scadenze venivano allungate a una media pre-Covid di oltre 12 anni. A fine 2019, le emissioni in sol ammontavano ormai al 68% del totale, mentre quelle a tasso fisso salivano dal 77% del 2008 al 90%. In poco più di un decennio, quindi, il rating del Perù è stato nettamente migliorato riducendo il rischio di cambio, quello legato ai tassi e consolidando il debito pubblico.

Rischio politico sul rating del Perù

Adesso, però, il quadro rischia di mutare in peggio. L’11 aprile scorso, hanno superato il primo turno delle elezioni presidenziali Pedro Castillo e Heiko Fujimori, rispettivamente a capo della sinistra e della destra radicali. La seconda è figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, in carcere per corruzione e violazione dei diritti umani. Il candidato di Perù Libero presenta un programma molto ostile al libero mercato, tra l’altro promettendo che obbligherà le multinazionali a investire nel paese almeno il 70% degli utili off-shore maturati. E’ dato in netto vantaggio sull’avversaria di Forza Popolare, pur in restringimento per gli ultimi sondaggi, in vista del ballottaggio del 6 giugno.

Politiche di deficit spending e in linea con la radice marxista-chavista di Venezuela e Cuba sarebbero una grande minaccia incombente sul rating del Perù. Fuhimori appare più rassicurante, pur divisiva, ma anche nel caso di una sua vittoria i problemi non mancherebbero, a causa dell’assenza di una maggioranza a suo sostegno in Parlamento. Il rischio di sciupare almeno buona parte degli ottimi risultati registrati nell’ultimo decennio esiste. E i rendimenti sovrani quest’anno sono lievitati. Il bond a 10 anni rende ora quasi il 5,40%, mentre quello estero a 100 anni è sceso a una quotazione di 82,73 centesimi (-17% quest’anno).

D’altra parte, c’è anche chi confida in un secondo Ecuador. Sempre l’11 aprile scorso, ribaltando tutti i sondaggi, il candidato conservatore a Quito batté al ballottaggio il super-favorito socialista, le cui proposte erano state in campagna elettorale molto simili a quelle di Castillo.

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