Raider Tax sui BTp lunghi e le negoziazioni “speculative”, ecco l’idea dei 5 Stelle

Raider Tax contro la speculazione, ma per i BTp appare un rischio incomprensibile. Ecco cosa prevede la proposta di legge presentata dal Movimento 5 Stelle.

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Raider Tax contro la speculazione, ma per i BTp appare un rischio incomprensibile. Ecco cosa prevede la proposta di legge presentata dal Movimento 5 Stelle.

Chissà cosa ne penserà il nuovo ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, della proposta di legge presentata già a luglio dal senatore del Movimento 5 Stelle, Mario Turco, sulla cosiddetta “Raider Tax”, in sostituzione della “Tobin Tax”. Si tratterebbe di un’imposta che graverebbe sugli investimenti di natura speculativa.

Le novità di questi giorni si arricchiscono, man mano che ci avviciniamo al varo della Legge di Stabilità per il 2020, e riguardano i titoli di stato. Stando alle indiscrezioni che arrivano dalla maggioranza penta-piddina, l’idea sarebbe di tassare i guadagni realizzati con i BTp a lungo termine al 26%, anziché al 12,50%.

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Facciamo un passo indietro. L’allora governo Renzi debuttò con l’inasprimento dell’imposta sui proventi finanziari dal 20% al 26%, a decorrere dall’1 luglio 2014. La tassazione sui BTp e gli altri titoli di stato inseriti nella “white list” del Mef rimase di favore, cioè al 12,50%. Ebbene, adesso i 5 Stelle vorrebbero alzarla al 26%, ma solo per le negoziazioni che abbiano ad oggetto i BTp con vita residua dai 10 anni insù. Inoltre, indifferentemente dalla durata, verrebbero stangate al 26% anche le operazioni di trading ad alta frequenza, quelle che vengono eseguite per mezzo di sistemi informatici. Infine, altra stangata, sempre per qualsiasi scadenza, per le vendite allo scoperto. Ricordiamo che una direttiva comunitaria ha già vietato dalla fine del 2011 lo “short selling” sui titoli di stato non accompagnato dalla disponibilità materiale dei titoli stessi (vendite “nude” o “naked”).

Se l’impostazione venisse confermata, saremmo dinnanzi a un disastro potenzialmente superiore a quello provocato anni fa con la Tobin Tax. Anzitutto, sarebbe facile sfuggire all’aggravio fiscale per gli operatori “high frequency”, che generalmente hanno sede all’estero, se non fuori dalla UE. E i BTp sono negoziati non di rado su piattaforme non italiane, le quali non sarebbero soggette alla stangata. Anzi, questa indurrebbe gli operatori a spostarsi sui mercati esteri per comprare titoli italiani. Un boomerang, che non porterebbe un solo centesimo di gettito in più per lo stato, forse finendo per ridurlo, ma al contempo complicherebbe non poco la vita agli Etf, che investono in indici e che si ritroverebbero a dovere fare i conti di volta in volta sui titoli soggetti all’una e all’altra tassazione.

Perché penalizzare i BTp lunghi?

E c’è una domanda ancora più interessante, alla quale sarebbe opportuno che il nuovo governo e, in particolare, la componente “grillina” rispondesse: per quale ragione incomprensibile dovrebbero essere tassati di più i BTp lunghi? In teoria, dovrebbero incentivarsi gli investitori che finanziano lo stato italiano con prestiti a lunga scadenza, in quanto rendono possibile il consolidamento del nostro debito pubblico e l’abbattimento dei costi lungo la curva. Pensate un attimo a cosa accadrebbe se per via della più pesante aliquota che colpisse i BTp ultra-decennali, il mercato si concentrasse sulle scadenze medio-brevi. I rendimenti scenderebbero fino ai 10 anni, impennandosi oltre tale durata residua. E il Tesoro sarebbe costretto ad emettere BTp corti, rinunciando a quell’opera di allungamento graduale delle scadenze, che per lo stesso mercato segnala la riduzione dei rischi sovrani.

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Grazie alla BCE, siamo ormai in grado di emettere debito a 30 anni intorno al 2%, ma la distorsione che provocherebbe la Raider Tax finirebbe per disincentivare questo tipo di emissioni e a optare per quelle corte. L’unica spiegazione che riusciamo a darci di una norma, che avrebbe dell’inverosimile, sarebbe che a investire perlopiù sulle scadenze lunghe siano gli investitori istituzionali, più propensi alla speculazione. A parte il fatto che questa rende i mercati liquidi e favorisce il trading, probabile che i 5 Stelle non abbiano pensato al fatto che le scadenze medio-brevi ormai non siano più remunerative, rendendo sottozero fino ai 3-4 anni e meno dell’inflazione fino ai 10 anni. Dunque, nemmeno le famiglie comprerebbero più i titoli corti e sarebbero costrette o a sostenere un maggiore onere fiscale, pretendendo rendimenti maggiori dal Tesoro, o a uscire da questo mercato.

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Bandolero
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Bandolero

Ottimo…un ulteriore passo in avanti per la distruzione dell’economia nazionale.
EVVIVA!!!! FINALMENTE GENTE SERIA CHE CAPISCE LE COSE AL VOLO E CON LE POTENZIALITÀ’ PER DISTRUGGERE UNA NAZIONE…Se così si può chiamare l’Italia….

attilio
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attilio

ennesima dimostrazione di assoluta incompetenza

Marco
Ospite
Marco

Magari potrebbe essere più utile il contrario: tassare al 26% i guadagni di chi acquista e rivende a breve, facendo pura speculazione, ed invece lasciare la tassazione al 12,5% a chi acquista per investire, tenendo il titolo per almeno un certo periodo o fino a scadenza. Poi si può discutere su quale sia il periodo corretto da considerare. Per esempio: 1 anno sui btp a scadenza entro i 3 anni, 2 anni su scadenze a 5 anni, 3 anni fino a 10 e 5 anni per scadenze oltre i 10 anni. Così facendo si riduce la speculazione, ma anche la… Leggi il resto »