Quel segnale di allarme per il mercato obbligazionario che arriva dall’America

Il mercato obbligazionario mondiale rischia grosso con quello che è accaduto a settembre negli USA e a cui la Federal Reserve sta cercando di porre rimedio. Dovremmo allarmarci?

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Il mercato obbligazionario mondiale rischia grosso con quello che è accaduto a settembre negli USA e a cui la Federal Reserve sta cercando di porre rimedio. Dovremmo allarmarci?

A settembre, il mercato “repo” americano è stato attraversato da forti, quanto improvvise e brevi, tensioni. I tassi interbancari sono esplosi fino al 10% e la Federal Reserve è dovuta intervenire per ripristinare la calma. Quali che siano state le cause di questa improvvisa crisi, essa è espressione di una liquidità carente delle banche.

E questa non è una buona notizia per il mercato obbligazionario. Con i prestiti a brevissimo termine (anche solo di poche ore), le banche americane, così come nel resto del mondo, tamponano eventuali esigenze di liquidità e operano sui mercati con il trading, tra cui di bond. Se non avessero più contante a sufficienza per farlo, assisteremmo a una caduta degli scambi azionari e obbligazionari, con tutto ciò che significherebbe di negativo per questi comparti.

Le multinazionali americane hanno liquidità a fiumi, perlopiù accumulata dopo la crisi

L’obbligazionario è un mercato meno liquido di quello azionario, perché chi acquista un bond lo fa spesso per ricavare un reddito fisso fino alla scadenza e, dunque, non lo rivende a terzi, tenendolo per sé fino alla fine. Questo significa che chi, invece, volesse rivendere il titolo posseduto per impreviste esigenze di liquidità o per realizzare plusvalenze si troverebbe di fronte una domanda potenzialmente meno vigorosa di quella che si ha sull’azionario. Essenziale diventa “lubrificare” gli scambi, cioè far fluire sufficiente liquidità per tenere alta l’offerta da un lato e la domanda dall’altro.

Se così non fosse, chi intende vendere dovrebbe attendere anche parecchio prima di trovare acquirenti disponibili a comprare ai prezzi desiderati. E questa situazione è ben riflessa in elevati spread tra denaro e lettera (“bid/ask”), cioè la distanza tra il prezzo minimo richiesto per vendere e quello massimo a cui si è disposti a comprare. Solo una caduta del primo e una forte ascesa del secondo porterà ad effettuare lo scambio, ma in entrambi i casi a costo rispettivamente di ricavare molto meno e a sborsare molto più di quanto desiderato. Capite benissimo che il ruolo degli investitori istituzionali, tra cui le banche, diventa essenziale in questo mercato per rendere gli scambi frequenti nell’arco della seduta e contenere in partenza lo spread denaro/lettera.

Il ruolo degli Etf

Per fortuna, negli ultimi anni stanno assumendo sempre maggiore importanza gli Etf, quei fondi d’investimento dalla gestione passiva, i quali puntano non sul singolo titolo, bensì su un indice. A differenza di un fondo ordinario, poi, non hanno come obiettivo di battere il mercato, bensì di replicare semplicemente l’andamento del sottostante. Essi generalmente investono in assets anche poco liquidi e consentono così a titoli con domanda e offerta altrimenti ridotte di scambiare con maggiore frequenza e di avvicinare compratori e venditori. Basteranno a sopperire all’eventuale carenza di liquidità, nel caso essa dovesse manifestarsi in modalità più strutturale nei prossimi mesi, non solo in America?

Liquidità come fattore chiave per investire sul mercato obbligazionario

In realtà, l’allarme rosso appare grosso modo rientrato da ieri sera, quando la Fed ha comunicato che tornerà ad acquistare Treasuries per liberare liquidità sul monetario e rimpinguare le riserve delle banche USA. Questo è stato un segnale parecchio positivo per i titoli obbligazionari, in quanto il loro trading nei prossimi mesi non verrebbe minacciato, anche se l’intervento del governatore Jerome Powell di per sé è la spia di qualcosa che non starebbe funzionando nel mondo della finanza.

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