Quantitative easing II, quali piani alla BCE e impatto sui bond in euro?

Quali criteri la BCE prevederà per il secondo round di "quantitative easing", quasi certamente riattivato dopo l'estate? Ecco alcune possibili soluzioni.

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Quali criteri la BCE prevederà per il secondo round di

Il nuovo capo-economista della BCE, l’irlandese Philip Lane, che ha preso il posto del belga-tedesco Peter Praet, ha dichiarato nelle scorse ore che vi sarebbe spazio per un ulteriore taglio dei tassi e per il varo di nuovi stimoli monetari, rafforzando le dichiarazioni rese un paio di settimane fa dal governatore Mario Draghi in tal senso. Ormai sembra assodato che Francoforte taglierà di almeno 10 punti base al -0,50% i tassi sui depositi overnight delle banche, così come che riattiverà gli acquisti netti di assets con il “quantitative easing”, al fine di sostenere la crescita dei prezzi e farla tendere all’obiettivo d’inflazione di poco inferiore al 2%.

In quali termini verrebbe ripristinato il secondo giro di QE nell’Eurozona? Esistono alcune regole “tecniche” a corredo del primo round di QE. I titoli possono essere acquistati dalla BCE fino all’ammontare massimo di un terzo per ciascuna emissione (un quarto per i bond emessi con clausola di azione collettiva o CAC) e seguendo come criterio-guida quello della “capital key”, cioè gli acquisti di bond di uno stato avvengono sulla base delle sue dimensioni economiche. Per intenderci, la BCE ha dovuto acquistare dal 2015 più Bund che BTp, nonostante la Germania non ne avesse affatto bisogno, al fine di mantenere una politica monetaria “neutra” rispetto agli interessi dei singoli stati nazionali dell’Eurozona.

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Questi criteri potrebbero venire meno, altrimenti la BCE troverà molto difficile continuare ad acquistare Bund, i cui rendimenti sono negativi già fino alla scadenza dei 17 anni per la carenza di offerta che si riscontra sul mercato.

Deviando entro certi margini dalla “capital key”, l’istituto potrebbe comprare più bond di grossi mercati sovrani, come Francia, Italia e Spagna, a discapito dei Bund e favorendo un restringimento degli spread. E anche il limite di un terzo potrebbe essere superato, magari così da poter acquistare più titoli tedeschi, nel caso (molto probabile) che la Bundesbank osteggiasse l’accantonamento della “capital key”.

Più obbligazioni private e scadenze lunghe?

Alla fine dello scorso anno, con il QE risultavano acquistati titoli di stato per oltre 2.100 miliardi di euro e obbligazioni corporate per 178 miliardi. Queste ultime rappresentano circa un quarto del relativo mercato “eleggibile”, vale a dire bond emessi da società non finanziarie e con rating “investment grade”. E se la BCE puntasse ad elevarne la quantità detenuta rispetto ai bond sovrani? Sarebbe un modo per beneficiare più direttamente il settore privato, anche se la misura rischierebbe di favorire perlopiù Germania e Francia, i due stati con mercati obbligazionari più sviluppati. Chissà che questo non diventi il baratto tra nord e sud sulla fine della “capital key” e aumento dei corporate bond in portafoglio.

E verranno incluse anche obbligazioni bancarie? Finora, le resistenze sono state motivate dal fatto che la BCE sia l’ente di vigilanza sulle principali banche dell’Eurozona, per cui il controllore si ritroverebbe a possedere debito delle controllate. Resistenze, destinate probabilmente a cadere con le proteste delle stesse banche per via della prolungata politica dei tassi bassi a discapito dei loro margini. Comprando le loro obbligazioni, l’Eurotower darebbe una mano a tagliarne i costi.

Infine, su quali scadenze si concentrerà la BCE? I bond ad oggi devono semplicemente essere stati emessi da almeno 2 anni per evitare una (di fatto) monetizzazione dei debiti sovrani nell’area. Già a inizio anno si era speculato su una presunta “Operazione Twist”, con l’istituto a spostarsi su scadenze più longeve in fase di reimpiego dei proventi del QE1. In effetti, Francoforte potrebbe approfittarne per mantenere una politica più neutrale con i bond già in portafoglio e da rifinanziare alla scadenza, mentre con i nuovi acquisti opterebbe per scadenze più lunghe, vuoi per limitare le perdite accusate per via dei rendimenti ormai negativi fino a ben oltre i 10 anni per i paesi “core”, vuoi anche per incentivare i governi a consolidare i rispettivi debiti, emettendo titoli con durata elevata e a costi ancora più contenuti di oggi.

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