Quando i corporate battono i Btp. Le nuove obbligazioni ENI

I rendimenti dei bond Eni, le cui finanze pubbliche sono solide, sono al 4,9%, dunque minore del Btp pari durata, mostrano che gli investitori si fidano maggiormente del colosso petrolifero

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Una volta si diceva che investire in titoli del debito pubblico o nei prodotti postali era più sicuro che prestare soldi alle aziende private. Forse è così ancora adesso, ma in un mondo globalizzato in cui lo strapotere bancario riesce, oggi più di allora, a condizionare le abitudini dei risparmiatori, attraverso le agenzie di rating (non più credibili) e il controllo dei media, tutto sembra essere stato stravolto e qualche dubbio è lecito porselo. Senza andare tanto lontano con gli esempi pratici, il recente collocamento obbligazionario messo in piedi dall’ENI ne è la prova concreta. Il cane a sei zampe il 4 ottobre ha chiuso con successo l’offerta di bond dedicata ai risparmiatori italiani (taglio minimo 1.000 euro) per 1,35 miliardi di euro, cifra superiore a quella di 1 miliardo preventivata alla vigilia del collocamento. Un successo incredibile se si pensa che l’offerta è avvenuta in un periodo disgraziato per i mercati in cui il clima di sfiducia verso le nuove sottoscrizioni è crollato ai minimi storici. Lo si capisce dando un rapido sguardo al grafico del titolo azionario che nell’ultima settimana ha sovraperformato il comparto dei titoli industriali del listino milanese recuperando in poche sedute il gap che si era aperto dopo lo stacco del dividendo di 0,52 euro il 19 Settembre scorso.

 

RENDIMENTI OBBLIGAZIONI ENI AL 4,9% –  ENI è così riuscita a piazzare una tranches di obbligazioni a tasso fisso (data di regolamento 11 ottobre) scadenza 2017 offrendo un rendimento del 4,932% lordo a scadenza a un prezzo di emissione pari a 99,71. Di poco inferiore il rendimento per i bond a tasso variabile indicizzati all’euribor a sei mesi, sempre scadenza 2017, che registrano un valore del 4,875% per 215 milioni offerti.

Ma, al di là del successo del collocamento obbligazionario presso i piccoli risparmiatori, merito anche della campagna di informazione messa in piedi dal colosso petrolifero italiano che ha permesso la sottoscrizione dei titoli anche presso gli uffici postali, merita in particolare attenzione un’altra cosa. E cioè che ENI, a conti fatti, è ritenuta più sicura dei titoli di stato italiani. Al di là dei rating delle agenzie che – come già rilevato da molti analisti non risultano più attendibili dopo il fallimento di Lehman Brothers – assegnano un fattore di rischio superiore rispetto al debito pubblico italiano, i numeri forniscono una visone del tutto opposta. Dati alla mano, Il BTP 08/2017, come riporta il grafico qui a lato, che ha più o meno le stesse caratteristiche di durata di ENI, offre al momento un rendimento del 5,24%, superiore a quello del colosso petrolifero. Cosa significa questo? Significa che gli investitori, adesso come adesso, preferiscono mettere i loro risparmi nelle grandi multinazionali, ritenute più sicure, piuttosto che nel loro debito statale. Anche a costo di rimetterci sul piano fiscale. Dal primo gennaio del 2012, infatti, gli interessi maturati sulle obbligazioni ENI appena collocate, saranno tassate al 20%, contro una imposizione del 12,50% sulle cedole (5,25%) del BTP in questione. Stessa cosa per le scadenze più corte, dove il BTP 02/2013 offre un rendimento del 4,28% contro un 3,38% del bond ENI 04/2013. Ma tutto questo è normale?

 

LE FINANZE PUBBLICHE SONO SOLIDE
Il meccanismo che muove il denaro sui mercati risponde solitamente alla regola del fly to quality che nel caso dell’Italia ha visto per la prima volta, dopo tanti anni, un peggioramento improvviso della qualità del debito pubblico a causa della speculazione internazionale che si è scatenata sui BTP a tutto vantaggio del settore privato. Normalmente, infatti, i corporate bond offrono rendimenti maggiori rispetto ai titoli di Stato, e questo avviene per compensare un rischio di credito maggiore. In pratica, acquistando un corporate bond, l’investitore si espone al rischio che la società possa fallire, vedendo così polverizzarsi i propri risparmi (vedi Cirio, Parmalat, Lehman Brothers).

Ora, però tutto è cambiato e la tendenza, dimostrata dalla forte domanda di obbligazioni ENI, sembra confermare che vi siano più probabilità che fallisca lo Stato piuttosto che un’industria come l’ENI. Qualcuno potrebbe anche riderci sopra e pensarla esattamente in questo senso. ma in realtà le cose non stanno proprio così. Recentemente è emersa una certa disaffezione per i titoli pubblici italiani soprattutto in relazione alle politiche adottate dal governo italiano per arginare la crisi economica europea con un default della Grecia sullo sfondo. Tuttavia, benché le finanze dello Stato italiano siano sotto pressione, è impensabile che uno membro dell’eurozona come il nostro possa fallire. Il nostro paese si trova, infatti, ad affrontare più un problema di credibilità, che di insolvenza, e che ha fatto spaventare i piccoli risparmiatori spingendoli verso altri lidi costringendo di conseguenza il Tesoro a pagare a caro prezzo le proprie emissioni per rifinanziare il debito in scadenza. Da qui il differenziale di rendimento fra ENI e i titoli di stato italiani. Gli esperti ritengono comunque che questo differenziale che vede i titoli di stato penalizzati rispetto ai corporate sarà presto colmato e superato non appena i mercati ritroveranno la dovuta tranquillità.

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