Quali conseguenze per i bond della Turchia dalle incursioni in Siria contro i curdi?

Le obbligazioni di stato della Turchia risentono delle azioni militari di Ankara in Siria contro i curdi. Ma come stanno davvero le cose per i bond sovrani?

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Le obbligazioni di stato della Turchia risentono delle azioni militari di Ankara in Siria contro i curdi. Ma come stanno davvero le cose per i bond sovrani?

La Turchia sta operando nel nord della Siria contro quelli che considera “terroristi curdi”, subito dopo che i militari americani hanno lasciato Damasco su ordine della Casa Bianca. Il contraccolpo sui mercati vi è stato, con la lira turca ad avere ceduto il 3,7% a ottobre e i rendimenti dei bond sovrani ad avere smesso di scendere, risalendo in area 14,50% per la scadenza a 2 anni e al 14,37% per quella a 10 anni. Soltanto alla fine della settimana scorsa, i due bond rendevano rispettivamente il 13,12% e il 13,36%. A intimorire gli investitori vi sono le tensioni geopolitiche, specie quelle tra Ankara e Washington.

C’è molta confusione sul significato del ritiro delle truppe USA, ovvero se il presidente Donald Trump abbia concordato con il collega turco Recep Tayyip Erdogan il via libera agli attacchi contro la minoranza curda, alleata degli americani nella lotta contro l’ISIS. Sappiamo che il tycoon ha dichiarato subito dopo il ritiro dalla Siria che nel caso in cui la Turchia attaccasse i curdi, gli USA reagirebbero con sanzioni potenzialmente così dure da “spazzare via” l’economia emergente. E il Congresso dibatte sulla necessità di punire l’alleato turco, con il senatore repubblicano Lindsey Graham, pur trumpiano, a dichiararsi ostile a lasciare carta libera in Siria a Erdogan.

Le tensioni USA-Turchia furono all’origine della crisi finanziaria che nel 2018 alimentarono il crollo della lira (-36% da inizio 2018) e l’impennata dei rendimenti sovrani e dell’inflazione. Pertanto, se le incursioni contro i curdi resteranno limitate ad azioni militari contro presunti gruppi terroristi, probabile che l’America si fermi dal comminare sanzioni contro un membro della NATO, altrimenti tutto è possibile, anche perché la Casa Bianca è sotto pressione da parte della stessa maggioranza repubblicana.

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L’impatto della Siria sull’obbligazionario turco

Ai bond non fa bene lo scenario bellico prolungato, anche perché quasi certamente comporterebbe un aumento della spesa militare, che in un’economia in recessione verrebbe finanziata in deficit, cioè ricorrendo a maggiori emissioni e premendo così al ribasso sui prezzi. Per contro, proprio l’amicizia personale con Trump eviterebbe uno scontro rovinoso per Ankara, mentre l’inflazione a settembre è crollata sotto il 10% per la prima volta in due anni, scendendo al 9,26% dal 15% di agosto. Anche se gli analisti e lo stesso ministro dell’Economia, Berat Albayrak, sostengono che la crescita dei prezzi accelererà fino a portarsi al 12% entro la fine dell’anno, considerando che i tassi siano ancora al 16,50%, esisterebbero margini concreti per tagliarli ancora e la banca centrale è sotto assedio da Erdogan per allentare la politica monetaria.

La forte discesa dell’inflazione a settembre originerebbe da ragioni tecniche, essendo i prezzi esplosi proprio a partire dal settembre dello scorso anno. Ad ogni modo, il taglio dei tassi atteso ancora vigoroso, malgrado i -750 punti base già ridotti ai due precedenti board, sosterrebbe il mercato obbligazionario, a patto che il cambio regga. Se così non fosse, i capitali dall’estero tornerebbero a starsene alla finestra per timore di subire perdite per via dell’indebolimento della lira, mentre la stessa banca centrale prevederebbe un’accelerazione dell’inflazione per effetto del maggiore costo dei beni importati e si mostrerebbe meno accomodante per i prossimi mesi.

L’impatto delle operazioni militari turche in Siria sulla lira dipende essenzialmente dalla percezione che il mercato avrà sul rapporto con Trump. Dovesse prevalere la lettura di una incursione non avallata, se non in minima parte, dall’America, la fuga dei capitali s’intensificherebbe, mentre se l’amicizia personale tra i due presidenti dovesse essere intravista come prevalente sulle divisioni geopolitiche, la lira si stabilizzerebbe. Chissà se dietro il ritiro degli USA non vi sia la promessa turca di cessare gli acquisti di missili dalla Russia! Resterebbero, in ogni caso, i nodi legati all’impatto che questi interventi avranno sull’economia turca, se faranno lievitare il deficit e creeranno tensioni anche con l’Europa, data la minaccia esplicita di Erdogan a Bruxelles di lasciare liberi di scorrazzare 3,6 milioni di profughi siriani alle sue frontiere.

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