Portafoglio obbligazionario in calo? Ecco tre mosse per bilanciarlo

Le perdite sul mercato obbligazionario delle ultime settimane impongono una revisione della strategia seguita per la costruzione del proprio portafoglio d'investimenti. Vediamo le mosse utili per cercare di porre rimedio ai cali.

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Le perdite sul mercato obbligazionario delle ultime settimane impongono una revisione della strategia seguita per la costruzione del proprio portafoglio d'investimenti. Vediamo le mosse utili per cercare di porre rimedio ai cali.

Le ultime settimane non sono state affatto positive per il mercato obbligazionario, un po’ in tutto il mondo avanzato. Dagli USA al Giappone, passando per l’Europa, la parola d’ordine per gli investitori è stata “vendere”. I prezzi dei bond si sono ribassati, anche a doppia cifra per le scadenze più lunghe.

L’ubriacatura estiva, che aveva spinto i rendimenti in territorio negativo fino ai 30 anni in Germania e che aveva portato il bond a 100 anni dell’Austria a rendere appena lo 0,50%, sembra essere parzialmente rientrata. Chi avesse costruito un portafoglio obbligazionario o a preponderante presenza di obbligazioni, oggi potrebbe avere subito qualche perdita, anche significativa.

Dobbiamo rassegnarci eventualmente a continuare a perdere? Non sembra proprio un destino ineluttabile. Per prima cosa, dobbiamo capire le cause di questo “sell-off”. Rispetto a qualche settimana fa, si respira aria di maggiore ottimismo su temi come Brexit, tensioni commerciali USA-Cina, tensioni politiche nell’Eurozona e crescita mondiale. Questo sta portando a un clima di maggiore propensione al rischio (“risk-on”) tra gli investitori. Di conseguenza, si vendono obbligazioni e si comprano azioni.

E che sia così, lo segnala l’andamento recente del mercato corporate americano. A fronte di rendimenti stabili per le “high yield”, si registra una lievitazione per il comparto “investment grade”. Quest’ultimo ha esitato ultimamente rendimenti fin troppo bassi per essere remunerativi del rischio. Guarda caso, a farne di più le spese sono state le obbligazioni con rating “AAA”, le più sicure e anche care. Dunque, chi volesse attutire le perdite, potrebbe spostare parte degli investimenti dai bond governativi a quelli corporate, con questi ultimi a segnalare una performance migliore, offrendo ancora rendimenti perlopiù accettabili, pur non proprio nell’Eurozona, dove si mostrano anch’essi bassissimi.

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Obbligazioni più corte e meno cedole fisse

E poiché a fare le spese di questo clima sono le scadenze più longeve, accorciare la “duration” media del portafoglio non sarebbe una cattiva idea, magari rimpiazzando i bond progressivamente in scadenza con altri di durata inferiore e preferibilmente con cedole non risibili, così che reggano maggiormente il prezzo anche in contesti sfavorevoli.

Infine, c’è il fattore inflazione: finora non è stato un problema, forse non lo sarà nemmeno da qui a tot mesi. Ma di una cosa siamo certi, cioè che se i prezzi al consumo iniziassero a surriscaldarsi, le obbligazioni con cedola fissa colerebbero a picco. Da qui, la constatazione che inserire in portafoglio bond con cedole legate all’inflazione sarebbe saggio. Ma non basta.

L’inflazione, se dovesse attecchire, difficilmente si materializzerebbe in Europa per via di un aumento improvviso dei salari, cioè per un miglioramento robusto dell’economia. Essa arriverebbe da fuori, dai rincari delle materie prime, petrolio in testa. Dunque, perché non comprare un po’ di azioni del comparto energetico, che si apprezzerebbero nel caso di un rincaro del greggio, bilanciando le perdite del comparto obbligazionario? Rispetto alle obbligazioni con cedola legata all’inflazione, esse avrebbero il pregio di performare bene in condizioni verosimilmente di crescita dell’economia globale, altrimenti risulterebbe difficile immaginare che le quotazioni del petrolio aumentino.

Dunque, con un po’ di azioni del comparto energetico, di obbligazioni più corte e con cedola variabile, il portafoglio che ci costruiremmo si mostrerebbe più resiliente alle fasi di “sell-off” ai danni dei bond, garantendoci maggiormente in scenari come l’inflazione, il ritorno dell’appetito per il rischio e la normalizzazione dei tassi di mercato.

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