Perché l’autismo finanziario dei rendimenti negativi suona l’allarme sulla globalizzazione

I rendimenti negativi dilagano tra i bond nel mondo, riguardando carta per 10.000 miliardi di dollari. E non è un bel segnale per l'economia globale.

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I rendimenti negativi dilagano tra i bond nel mondo, riguardando carta per 10.000 miliardi di dollari. E non è un bel segnale per l'economia globale.

Ammontano a circa 10.000 miliardi di dollari i bond con rendimenti negativi nel mondo, in decisa crescita rispetto a soli sei mesi fa, quando si aggiravano sui 6.000 miliardi. Quindi, se fino a poco tempo fa pensavamo che il 2019 sarebbe stato l’anno del rialzo dei tassi globali, specie nell’Eurozona, adesso stiamo prendendo atto che la direzione assunta dai mercati sarebbe verso tutt’altra direzione, anticipando le mosse delle banche centrali, che in breve sono passate dal mostrarsi “falchi” a riesumare i toni da “colombe” degli anni passati.

La Federal Reserve non alzerà più i tassi quest’anno, anzi probabilmente ha già concluso la stretta monetaria. La BCE avrebbe dovuto alzarli nella seconda metà dell’anno, ma si è impegnata a tenerli invariati almeno fino a fine 2019. E così, per la prima volta da due anni e mezzo, i Bund a 10 anni tornano ad offrire rendimenti negativi, pur di poco (per ora) sotto lo zero. Lo stesso Treasury di pari durata sprofonda in area 2,40%, perdendo oltre lo 0,80% da novembre.

Quando i bond con rendimenti negativi sono un affare e segnalano forti rischi per l’euro

I rendimenti negativi sono un fenomeno anomalo e di cui non avevamo sentito parlare fino a pochi anni fa, anche perché non esistevano prima. Formalmente, significa che chi acquista un titolo obbligazionario, ossia debito altrui, è disposto a pagare, pur di inserirlo in portafoglio. Per contro, chi emette questi titoli guadagna dall’indebitarsi. E’ come se andaste in banca a chiedere un prestito di 10.000 euro e questa ve lo concedesse al tasso d’interesse del -1%, per cui dopo un anno dovreste restituire 9.900 euro. Ci guadagnereste 100 euro, anche solo tenendoli per 12 mesi sotto il materasso.

Cosa significa un mondo con rendimenti negativi

L’anomalia riguarda quasi essenzialmente gli investitori istituzionali, vale a dire banche, fondi, assicurazioni, tutti con la necessità di impiegare in un qualche modo la liquidità dei clienti. E, però, essa segnala due cose: 1) c’è troppa liquidità in circolazione; 2) non esistono impieghi alternativi giudicati validi. Quanto al primo aspetto, bisogna ammettere che le banche centrali abbiano giocato un ruolo dirimente con i loro mega-stimoli monetari dal 2008.

Solo Fed, BCE e Banca del Giappone hanno espanso i rispettivi bilanci per un totale cumulato in 10 anni di circa 10.500 miliardi di dollari, ai cambi attuali. Questa enorme quantità di denaro si è riversata sui mercati finanziari, attraverso acquisti di azioni e obbligazioni, spingendo i prezzi a livelli altissimi e deprimendo i rendimenti dei secondi fin sotto lo zero, una soglia prima ritenuta invalicabile. Con la conseguenza, che gli stimoli non abbiano sostenuto più di tanto le economie reali, finite per registrare variazioni minime dei prezzi, le quali a loro volta tengono infimi i rendimenti dei bond.

L’eccesso di liquidità è anche il segnale di uno squilibrio economico globale piuttosto preoccupante, cioè l’eccesso di risparmio sugli investimenti. Tanti i fattori che ne sono alla base, tra cui ragioni demografiche. E’ anche vero, però, che questo segnala il rischio di un deterioramento progressivo dell’economia globale. Se il risparmio in eccesso finisce per distruggere i capitali stessi, riducendone il valore negli anni per effetto dei rendimenti negativi, ad essere intaccate saranno le prospettive future, anche perché il solo fatto che gli investitori preferiscano impiegare i loro mezzi in operazioni a perdere depone contro una lettura positiva sull’evoluzione della globalizzazione stessa. Vediamo perché.

La terza ondata storica della globalizzazione, iniziata negli anni Ottanta, si caratterizza per l’apertura dei mercati delle merci, dei servizi, dei capitali e finanche delle persone. Ciascuno di essi si sposta laddove ritiene che ne valga più la pena, vale a dire che cerca un impiego massimamente efficiente. La libera circolazione dei capitali è stata cruciale per far fluire liquidità dalle economie con eccesso di risparmio a quelle bisognose di finanziamenti per gli investimenti. I rendimenti negativi lasciano presagire che questi flussi si starebbero arrestando o almeno che non verrebbero impiegati con la stessa efficienza di qualche anno fa. Si può dire che sia un impiego efficiente l’acquisto di titoli che esiteranno un risultato finale negativo? Non proprio.

E allora, perché non investire in titoli redditizi, come lo sarebbero in questi anni i bond emessi in Italia, che oltre tutto non comportano nemmeno un rischio di cambio per gli investitori del resto dell’area?

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Globalizzazione minacciata

La risposta sarebbe immediata: i mercati non si fidano e cercano riparo in cosiddetti “porti sicuri” come i Bund, anche se questo significa perdere soldi. Tutto, pur di evitare di immobilizzare risorse in assets giudicati rischiosi. Vero, persino i BTp continuano a rendere a livelli storicamente molto bassi, pur a fronte di un rating ormai molto basso e al limite dell'”investment grade” (IG). Tuttavia, a meno di credere che l’Italia andrà in default, perché mai acquistare un Bund con rendimento sottozero, quando persino un BTp a 2 anni offre un rendimento nettamente positivo? La mancanza di fiducia è figlia del crac di Lehman Brothers di 10 anni e mezzo fa. Da allora, la cautela è diventata un must sui mercati, anche se nel frattempo è stata corsa alle azioni e gli stessi corporate bond in entrambi i segmenti IG e “high yield” hanno beneficiato di copiosi afflussi. Ma resta il fatto che 10.000 miliardi nel mondo potrebbero essere impiegati in operazioni finanziarie o in attività reali con rendimenti positivi. Se non vi affluiscono è solo perché in tanti credono sia meglio sapere sin da subito quanto ci si rimetterà, anziché restare in balia di risultati attesi incerti e negativi.

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Tutto questo potrebbe rappresentare la fine della globalizzazione, almeno così come l’abbiamo conosciuta. Se c’è metà mondo che risparmia e l’altra che investe e consuma, ma le due parti non si parlano, gli squilibri tenderanno semplicemente ad ampliarsi. Se questi 10.000 miliardi venissero impiegati laddove servono, i costi di indebitamento del settore pubblico e di quello privato in diverse aree del pianeta si ridurrebbero, innalzandosi a livelli “normali” in altre.

Per intenderci, la Germania s’indebiterebbe a costi sempre contenuti, ma positivi, mentre lo stato e le imprese in Italia lo farebbero a costi più bassi, a beneficio della nostra crescita economica. Poiché siamo entrati in una fase di “autismo” finanziario, l’eccesso di risparmio sta finendo per deprimere l’intera crescita globale, allontanando i due lati del mercato dei capitali negli stati in cui servirebbero e avvicinandoli fin troppo, ribaltandone le posizioni, laddove ve ne sono in abbondanza.

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