Perché la svalutazione del cambio cinese è una buona notizia per i titoli di stato USA

Rendimenti americani in forte calo con la svalutazione del cambio cinese, che per i Treasuries rappresenta una buona notizia, legando apparentemente le mani a Pechino sulla minaccia di "sell off". Ecco perché.

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Rendimenti americani in forte calo con la svalutazione del cambio cinese, che per i Treasuries rappresenta una buona notizia, legando apparentemente le mani a Pechino sulla minaccia di

Da quando la Cina ha segnalato di non volere più difendere il cambio contro il dollaro, consentendogli di muoversi oltre la barriera informalmente fissata prima a 7:1, lo yuan si è deprezzato dell’1,4% contro il biglietto verde. Non stiamo parlando di grosse variazioni, ma tanto è bastato a scatenare i timori dei mercati per quella che viene percepita come una vera e propria “guerra” valutaria tra superpotenze.

Nel frattempo, i titoli di stato USA si sono apprezzati e, di conseguenza, i loro rendimenti sono scesi ancora. Il Treasury a 10 anni offre l’1,72-3%, il livello più basso da quasi 3 anni. Quello a 2 anni rende l’1,59%, mantenendo le distanze con il decennale in area 13 punti base.

Il legame tra svalutazione del cambio cinese e rendimenti calanti dei titoli del debito americano appare diretto. Gli investitori si stanno rifugiando nei Treasuries per sfuggire ai rischi in Asia. Ma non sarebbe solo questo a rinvigorire questi ultimi. Il fatto che la Cina segnali di voler svalutare lo yuan come ritorsione contro i dazi imposti dall’amministrazione Trump implica anche che, contrariamente a quanto sottilmente minacciato nei mesi scorsi, essa non intenderebbe adottare la strategia di vendere quantità massicce di Treasuries per punire il governo americano.

Ecco perché il Treasury s’impenna dopo la svalutazione del cambio cinese 

Facciamo un passo indietro. La Cina è il primo creditore degli USA, detenendo alla fine di maggio più di 1.110 miliardi di dollari del suo debito sovrano, seguita a brevissima distanza dal Giappone con 1.101 miliardi. Pechino matura ogni anno verso gli USA qualcosa come 550-600 miliardi di dollari di avanzo commerciale e lo investe in Treasuries per tenere basso il valore del suo cambio, oltre che per ricavare un rendimento certo e pure discreto dalle sue riserve valutarie. E’ vero che nell’ultimo anno ha tagliato le sue esposizioni in Treasuries di 73 miliardi, ma l’opzione nucleare del “sell off” sarebbe scongiurata proprio perché se iniziasse a vendere massicciamente titoli americani, a parte che non avrebbe dove investirne i ricavi, l’unico effetto che rimedierebbe sarebbe una rivalutazione dello yuan e un indebolimento (temporaneo) del dollaro e degli stessi Treasuries.

Niente “sell off” cinese sui Treasuries?

Abbiamo spiegato più volte che la Cina non riuscirebbe ugualmente a danneggiare il mercato del debito USA, come dimostra il successo delle aste di Washington negli ultimi tempi, pur disertate da Pechino. I titoli a stelle e strisce rendono abbastanza in un ambiente di tassi azzerati nel mondo e restano i più liquidi e percepiti come sicuri per il semplice fatto che vengano emessi da Zio Sam. Certo, se il governo cinese iniziasse a vendere in poche sedute decine, se non centinaia di miliardi di dollari di bond americani, naturale che il mercato non sarebbe all’istante capace di assorbire così elevate quantità di offerta. Qualche tensione seria si registrerebbe, ma nel giro di settimane o mesi al massimo tutto tornerebbe come prima, con gli investitori europei e asiatici (non cinesi) a sopperire alla mancata domanda di Pechino.

La Cina manda un pizzino a Trump sui Treasuries, ma tra minacce e fatti ve ne corre

Ad ogni modo, con la svalutazione del cambio cinese verrebbe probabilmente meno anche lo scenario negativo di breve termine per i Treasuries. Sarebbe schizofrenico che la Cina si sbarazzasse del suo principale asset tra le riserve, finendo per rafforzare lo yuan, quando il suo obiettivo consiste proprio nell’indebolirlo per non soggiacere alla guerra commerciale. E i rendimenti americani possono continuare ad arretrare, anche perché nel frattempo le aspettative d’inflazione negli USA entro i prossimi 5 anni, misurate dalla differenza tra rendimenti quinquennali con cedola fissa e quelli dei bond con cedola legata all’inflazione, si sono “raffreddate” ai minimi da quasi 3 anni, viaggiando in area 1,40%, nettamente sotto il target del 2% fissato dalla Federal Reserve.

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