Perché la scommessa sui bond in franchi svizzeri può risultare vincente col taglio dei tassi

Le obbligazioni di stato in franchi svizzeri appaiono piuttosto interessanti, in attesa che le principali banche centrali taglino i tassi. Ecco cosa dice la storia degli ultimi decenni.

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Le obbligazioni di stato in franchi svizzeri appaiono piuttosto interessanti, in attesa che le principali banche centrali taglino i tassi. Ecco cosa dice la storia degli ultimi decenni.

La Federal Reserve si tiene pronta a tagliare i tassi negli USA e il mercato sconta con probabilità praticamente totali che ciò accadrà già nei prossimi mesi e che per l’inizio dell’anno prossimo il costo del denaro risulterà di almeno tre quarti di punto percentuale più basso di oggi. La BCE seguirebbe, specie nel caso in cui l’euro si apprezzasse contro il dollaro e l’inflazione arretrasse insieme al pil.

Per questo, i rendimenti sovrani stanno letteralmente precipitando in tutto il mondo avanzato, lambendo persino le principali economie emergenti. Sembra essere un po’ tornati agli anni immediatamente successivi all’esplosione della crisi finanziaria del 2008.

Il super franco colpisce le riserve della banca centrale svizzera

Lo stesso sta accadendo ai bond sovrani elvetici, la cui curva delle scadenze è implosa negli ultimi mesi. Pensate solamente che l’obbligazione a 50 anni offre ormai solo lo 0,12%, ai minimi dall’ottobre 2016, quando i tassi BCE erano attesi in risalite nei mesi e anni seguenti. Nel corso di quell’anno, in piena estate, questa scadenza era arrivata ad azzerarsi. Il decennale rende negativamente per lo 0,46%, circa 20-25 punti base in meno rispetto allo stesso Bund. E il biennale è sceso al -0,81%. Rispetto ai livelli di inizio anno, il rendimento di quest’ultimo ha perso lo 0,03%, del decennale e del bond a 50 anni circa lo 0,3%.

Ma puntare sui bond in franchi svizzeri potrebbe rivelarsi una scommessa vincente proprio nel prossimo futuro. Nei precedenti due cicli di allentamento monetario da parte della Federal Reserve, il franco svizzero ha messo a segno contro l’euro un guadagno fino al 12,5%, scendendo da un cambio di 1,65 a 1,45 tra il 2001 e il 2002 e da circa 1,67 a 1,47 tra il 2008 e il 2009. Anzi, nel settembre 2011 la Banca Nazionale Svizzera dovette introdurre il famoso cambio minimo, mantenuto fino al gennaio 2015, per impedire che il franco si apprezzasse contro l’euro sotto 1,20, colpendo le esportazioni e l’economia elvetiche.

Il super franco sostiene i guadagni sui bond

Si consideri che il franco si è indebolito contro l’euro di circa il 15% rispetto ai massimi toccati all’annuncio della fine del cambio minimo, ma ha guadagnato intorno al 6,5% rispetto ai minimi a cui si era portato nel maggio dello scorso anno.

Se Fed e BCE taglieranno i rispettivi tassi, perché non considerare un nuovo rafforzamento del franco? Qualcuno opporrà che anche il governatore Thomas Jordan seguirebbe a ruota tagliando i suoi, ma è facile notare come già oggi i tassi svizzeri siano i più bassi al mondo, con quelli di riferimento fissati da anni al -0,75% e il Libor a 3 mesi a muoversi nel range -1,25/-0,25%. E si consideri che la BNS ha potuto contenere il super franco solo ammassando tra le sue riserve valutarie assets in euro e dollari principalmente, arrivati a un controvalore di quasi il 110% del pil elvetico. Prima dell’ultima crisi mondiale del 2008-’09, tali riserve valevano appena il 15% del pil.

Riserve auree a garanzia del debito pubblico? Ecco perché ce la farebbe solo la Svizzera 

Già oggi, il fatto che il saldo della bilancia dei pagamenti della Svizzera oscilli intorno al 10% del pil segnala quanto copiosi siano gli afflussi di capitali verso lo stato alpino, percepito un porto sicuro contro le tensioni internazionali. E di fatto, la quotazione del bond a 10 anni ha guadagnato il 2,5% quest’anno, a cui va sommato il +0,4% messo a segno dal franco contro l’euro. Se ipotizzassimo un ritorno del cambio alla parità, i guadagni sarebbero molto interessanti per gli investitori dell’Eurozona, nonostante i rendimenti negativi apparentemente penalizzanti.

Infatti, i titoli frutterebbero plusvalenze per via degli ulteriori aumenti dei prezzi (riduzioni dei rendimenti) e varrebbero di più, una volta disinvestiti e i relativi ricavi riconvertiti in euro, grazie all’apprezzamento nel frattempo registrato dal cambio. Nessuno ha mai la certezza che la storia del passato si ripeta sui mercati, ma quanto accaduto negli ultimi decenni sarebbe un indizio piuttosto significativo delle potenzialità che il mercato sovrano elvetico ci offrirebbe oggi.

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